New Deal, welfare e formazione: quello che oligopoli e Mafie non vogliono

«Eventi infelici accaduti in altri paesi ci hanno insegnato da capo due semplici verità in merito alla libertà di un popolo democratico. La prima verità è che la libertà di una democrazia non è salda se il popolo tollera la crescita di un potere privato al punto che esso diventa più forte dello stesso Stato democratico […]. La seconda verità è che la libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un modello di vita accettabile. Entrambe le lezioni ci toccano. Oggi tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza eguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l’efficacia dell’impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego del capitale, e come mezzo per assicurare una distribuzione equa del reddito e dei guadagni tra il popolo della nazione tutta.»

(Franklin Delano Roosevelt al Congresso degli Stati Uniti, 29 aprile 1938)

“Oggi è giusto indebitarsi. Ma questo non è sempre vero. Esiste una differenza tra debito buono e cattivo. Ciò che li differenzia è l’uso che si fa delle risorse. Il debito può rafforzarci, se ci permette di migliorare il benessere del nostro Paese, ma anche rendere più fragili, se sprechiamo le risorse”.

(Mario Draghi all’Accademia dei Lincei, luglio 2021)

 

Premessa

In questo lungo ma analitico articolo (riassuntivo di temi già porti in precedenti articoli), fornirò un quadro storico di fenomeni attuali, quali concessioni e oligopoli fuori controllo, che deprimono welfare ed economia. In cui è evidente le Mafie, soprattutto in Italia, operino indisturbate e silenti.
Per gravi lacune nelle applicazioni normative, in tema in primis di concorrenza e appalti, ma anche giudiziali. Non può esserci merito e concorrenza, senza concrete e celeri tutele, per tutti. Concorrenza e Giustizia sono quindi temi strettamente correlati.
Documentando i fatti con casi pratici per il settore welfare e formazione, oltre le possibili soluzioni. Ribadendo come siano necessari decreti urgenti, con la designazione di un controllore con poteri concreti. Manca da decenni.
Dimostrando Autorità come Antitrust e Anac hanno poteri di fatto nulli, dato che, per interventi, rinviano alla magistratura, con tempi e costi anticoncorrenziali.
Magistratura che andrebbe dunque potenziata, immediatamente o opportunamente. Auspicando anche la nascita di un Procura Nazionale per il Lavoro ma anche i reati contro la PA, con super poteri, per gestioni olistiche di pratiche complesse.
Interventi sollecitati più volte dalla scrivente (whistleblowing), dal 2014, per via mediatica, istituzionale, politica, giudiziale, con un’esposizione necessariamente diretta e danni (personali e concorrenziali) ancora in corso. Anche per errori giudiziari e sparizione atti, con ordinanze e sentenze viziate, ancora da sanare.
Con interventi da vari Premier che hanno dato ascolto (Gentiloni, Conte, Draghi) (anche per il caso “personale”, legittimo), con circolari e iniziative concrete, ma non hanno avuto il tempo di emanare decreti attuativi. Interventi sollecitati anche al Capo dello Stato e al Governo. A breve riportati anche in altre sedi UE, per le tutele omesse e dovute, per Leggi e direttive inapplicate, senza motivare (Legge 179 207, UE 1937 2019). Come accade anche ad altri e ben noto alle Associazioni. Impotenti o inefficaci.

 

La ricetta del New Deal: coalizioni trasversali, sostegno al welfare, contrasto oligopoli

Roosevelt è stato uno dei più grandi Presidenti democratici degli USA. Noto per essere riuscito a rilanciare l’economia dopo la grande depressione, con un New Deal di stampo keynesiano, basato sull’attenzione ai più fragili e la creazione di grandi infrastrutture pubbliche.
Il suo successo elettorale fu possibile grazie all’appoggio di tessuti sociali, organizzazioni e gruppi di interesse eterogenei fra di loro, ma in armoniosa e collaborativa coalizione: lavoratori, sindacalisti, esponenti delle minoranze religiose, neri, bianchi del Sud, intellettuali, grandi imprenditori, agricoltori. Soggetti che si erano uniti, consapevoli della grave crisi da superare e delle ricadute positive, dirette e indirette, per tutti, delle politiche economiche proposte.
Ben spiegate dal Presidente, anche nelle sue note trasmissioni radiofoniche “Le chiacchiere al caminetto” (“fireside chats”). Discorsi informali che rivolgeva ai suoi concittadini per spiegare in modo semplice temi complessi.
Obiettivi economici maturati mantenendo un canale aperto quindi con tutti, ma soprattutto ricorrendo a tecnici super partes. Il Presidente si avvalse, infatti, della collaborazione del cosiddetto “Brain Trust”, un gruppo di docenti universitari e ricercatori, che aveva il compito di consigliarlo sulle scelte ritenute più opportune per combattere la crisi, con dati e analisi oggettive.
Tra i provvedimenti del primo e del secondo New Deal, ricordiamo l’istituzione della Work Progress Administration, che in otto anni diede lavoro a circa nove milioni di persone, impegnate nella realizzazione di infrastrutture di pubblica utilità e il Social Security Act del 1935, che creò una prima forma di stato sociale, prima assente. Efficace non solo per i fragili ma per tutto il sistema, anche le imprese private, che beneficiarono dell’aumento della domanda e quindi del fatturato.
Credeva invece che per una democrazia sana i veri pericoli provenissero da altri fronti, in primis la concentrazione in mani private di grandi poteri (monopoli e oligopoli), che impediscono al sistema di crescere armoniosamente e con giustizia, anche sociale. Ossia con una equa distribuzione delle risorse.
Questo pensiero (con questa “coalizione trasversale”) prevalse in USA fino ai primi anni ’60, anche dopo la sua morte prematura, avvenuta nel 1945, generando espansione di rimando nei circuiti economici di tutti i Paesi collegati, con un fiorire di idee e pensieri. Una bellezza ideologica virale.
Poi, a metà degli anni ’60, il processo di crescita si interruppe, perché altri disegni emersero, pensieri neoliberisti, che, come anche il nostro economista Caffè aveva profetizzato, generarono una disgregazione sociale, iniziata tra gli anni settanta e ottanta, da cui il sistema italiano e occidentale ancora non si è ripreso.

 

Oligopoli e concessioni fuori controllo: la radice dell’entropia globale

Gli oligopoli privati (che Roosevelt tanto deprecava) e le concessioni pubbliche (che se non regolate e non controllate ne sono una versione, peggiorata), sono proliferati ovunque a partire dagli anni ’80, in nome di una presunta efficienza del privato rispetto il pubblico. Mentre parallelamente declinava il welfare.
Ma in Italia il fenomeno è diventato particolarmente pernicioso, perché non regolato da una seria legge sul conflitto di interessi e con controllori di fatto assenti.
I controlli, se esistenti, sono stati sistematicamente smantellati, o con emendamenti, o non emettendo i decreti attuativi necessari per renderli concreti. Privando in sordina Ministeri, Agenzie, Corte dei Conti di effettivi poteri di intervento. Anche per l’inefficienza di un certo mondo associativo, cooptato concedendo privilegi e poltrone.
E’ accaduto in vari settori, in primis in quelli attinenti il welfare in senso lato (sanità, previdenza, infrastrutture e trasporti, sussidi e formazione).
Il welfare è il vero terreno di scontro tra la massoneria progressista ed aristocratica ovunque nel mondo da almeno 40 anni, a detta del Movimento Roosevelt di Gioele Magaldi.
Ma qui in Italia a peggiorare il quadro sono intervenuti, silenti, altri fattori, ben descritti nei libri del Procuratore Gratteri, che il tema e il mio caso ben conosce e supporta da anni.
Il programma pare chiaro: esportare il parassitismo che ha connotato il grande latifondo del Sud, in combutta con ladri di polli legittimati, ovunque nel Paese da almeno 150 anni, con una commedia ora evidente a troppi e sempre più esasperati. Prima a danno prima delle classi dirigenti colte e operose del Sud, decimate ormai da decenni. Poi dell’economia sana del Nord. Pensando di gestire tutto attraverso uno gruppo di imbecilli e incompetenti, nei posti chiave (PA, Tribunali, Banche, Grandi Aziende ecc.). Ma le persone preparate e le società sane non piegano la testa e non si fanno cooptare. Si siedono, se ne vanno o, terza opzione, se restano sfasciano il possibile. Il che non va a vantaggio di nessuno, ma può generare grandi soddisfazioni.

 

Un esempio concreto di oligopolio fuori controllo: i Fondi Interprofessionali per la formazione

Il caso già citato di oligopolio fuori controllo, soprattutto provato in vari articoli precedenti, è quello dei Fondi Interprofessionali della formazione, associazioni sindacali – datoriali, istituiti dalla Legge 388 2000.
Si tratta di privati, concessionari di denaro pubblico, trattenuto mensilmente dall’INPS dagli stipendi dei dipendenti privati (0,30%) e versato ai Fondi dalle aziende iscritte. Imprese che devono presentare progetti (per il tramite di enti di formazione) per poi usufruire di corsi per i propri dipendenti.
Si possono utilizzare presentando progetti in bandi collettivi o attingendo a conti privatistici, dove si riversa il quantum maturato in INPS (di una o più aziende aggregate: possibile solo per alcuni Fondi dei Fondi esistenti, legati a sindacati minori).
Tuttavia dal 2000, ossia dalla loro istituzione, continuano a mancare i decreti necessari affinché siano concretamente controllati dalla Corte dei Conti, come normativamente previsto, per flussi ma anche contratti da riconoscere a terzi (enti erogatori partner).
Nel 2019 la scrivente, dopo varie istanze, denunce e interrogazioni parlamentari, ha depositato un esposto anche presso la Corte dei Conti, con prove documentali sulle prassi e la normazione non rispettata.
Ma la Corte, che impiega mediamente 6 anni a processare le pratiche, non è tenuta a dare risposte ai cittadini, finora ha solo confermato, in forma scritta, di non esercitare controlli su tutte le risorse di ANPAL. Come da documento già esibito nel link del post del 6 maggio 2021 (pubblico anche in Linkedin):

Nonostante poi negli anni siano giunti aiuti autorevoli, per dare visibilità ai decreti necessari, anche nel 2016 dall’OUA dell’Avvocatura.

Oltre che dall’Antitrust, con un Parere ottenuto nel 2016 direttamente dalla scrivente (senza legali: materia tecnica, complessa, soprattutto scomoda).

Aiuti anche dalla stampa, con numerosi articoli a cura del quotidiano Il Fatto (che l’ha intervistata nel 2015) e da Italia Oggi, oltre che un intervento anche su Il Corriere (vedasi per la raccolta completa la sezione articoli e Blog, come per esempio questo).

Problema, quello dei mancati controlli e della trasparenza, anteriore alla nascita di ANPAL, ormai poi smantellata (le risorse sono state riportate ora sotto il Ministero del Lavoro, che “vigila ma non controlla”). Come testimoniano da lettere giunte alla scrivente fin dal 2012 dal Ministero, in merito all’”autonomia” dei Fondi. Privati ma gestori di denaro pubblico.

Situazione ancora immutata, come testimoniato da recenti audizione pubbliche del Ministro Calderone, che ha ribadito l’assenza di poteri ispettivi anche su altri fronti (CIG ecc.).
Le mancate risposte agli esposti sono un diritto della Corte dei Conti come della PA. Quindi anche i Ministeri, parrebbe non siano tenute a fornirle. Questo autismo istituzionale, legale, però non incoraggia le denunce.
Diritto poi che comprime però quello dei cittadini, anche per le tutele legittime, previste e correlate, per chi si espone per interessi collettivi (quelli personali, se leggimi e morali, vanno parimenti tutelati), configurando un conflitto normativo, oltre che costituzionale, che un Paese civile dovrebbe sanare.
Si ricorda che i Fondi Interprofessionali, che hanno un ruolo prevalentemente amministrativo, non operativo, svolto dagli enti di formazione, trattengono dai flussi maturati in INPS per commissioni il 30%. Quindi circa un terzo dello 0,30% trattenuto dagli stipendi di tutti i dipendenti (al netto delle commissioni il maturato per lavoratore disponibile rimanente è mediamente di 40 – 50 euro: un’azienda di 100 persone può disporre di oltre 4.000 euro, in conto privatistico).
Ma il Ministero del Lavoro nel 2009, con decreto, aveva specificato una forbice, per le commissioni, compresa tra il 4 e 8% per spese di funzionamento, con uno specifico decreto (8. D.I. 307_VI_09). Il 30% è, per così dire, una partogenesi.

Mai è stata specificato un quantum anche per le spese di sviluppo e iscrizione aziende, necessarie, che i Fondi non procacciano soli (sono strutture leggere, con pochi dipendenti) ma delegano sul territorio agli enti di formazione, migliaia. Soggetti concretamente operativi per procacciamento, consulenza, oltre che l’erogazione corsi. Non tutelati da contratti da oltre 20 anni e non rappresentati, come palese, da associazioni adeguate. Pur facendo capo, paradossalmente, a soggetti come i Fondi, che sono in partnership con sindacati. Il che è surreale, oltre che riprovevole, data la loro mission.
Dunque l’esistenza di una forbice di almeno 22 punti percentuali nel trattenuto e il non riconoscimento di prassi di contratti scritti né ad imprese (per commissioni e avallo del loro legale rappresentante), né enti di formazione (per attività di procacciamento e consulenza sul territorio), induce a ritenere l’esistenza di un trust. Ma di soggetti gestori di denaro pubblico, come sentenziato dal Consiglio di Stato (n. 4304, 15 settembre 2015).
Quindi l’assenza di contratti, dovuti perché previsti dal codice degli appalti, cogente, richiamato espressamente dalla circolare ANPAL 1 2018 (Governo Gentiloni), che ha recepito le indicazioni dell’Antitrust del 2016, configura non indebito arricchimento, ma altro.
Tuttavia di prassi il settore parrebbe non riconoscere ancora contratti nominativi direttamente agli enti, sebbene in possesso dei requisiti (certificazione di qualità e bilanci pubblici). Pratiche di esclusione, che andrebbero sanzionate immediatamente dal Ministero del Lavoro, che però rinvia ad Autorità e ai giudici.
Nessuno poi controlla i flussi (da e verso l’INPS, per verificare anche quanto sia stato effettivamente allocato in corsi). Deve essere allocato tutto, non solo parte. L’inutilizzato, se non utilizzato, andrebbe restituito entro il triennio all’INPS. Ma nessuno sa di dover controllare.
In Procure e Tribunali la complessità della materia poi non agevola l’approfondimento di questa pratica, dato che non esistono tecnici in materia e avvocati specializzati. I pochi tecnici, come la scrivente, elargiscono contributi con articoli e Blog. A dimostrazione della valorizzazione dei know how.
Pare non sia in uso neppure il confronto poi tra Procure di Fori diversi e Agenzie (Antitrust, Anac, Anpal ecc.). Per un problema che negli aspetti concorrenziali e di trasparenza ha valenza olistica e nazionale.
Mentre da anni latitano risposte congrue da parte del Ministero del Lavoro, anche su altre irregolarità per specifici Fondi, segnalate nel 2018 da Il Fatto (Fondi e autocertificazione)

Ministero che da oltre 10 anni scrive, come riconfermato anche in audizioni pubbliche a luglio 2023, di non avere concreti poteri ispettivi sulle risorse. Ma sui Fondi può sempre esercitare il commissariamento (attuato dal Governo Monti su ben tre nel 2012).
Ad oggi le aziende iscritte ai Fondi (legati a compagini sindacali e datoriali varie, di destra e sinistra), continuano a non poter accedere ai propri cumulati direttamente in INPS, tramite cruscotto. L’INPS nega i dati (non sensibili) per presunti motivi di Privacy, anche dietro richiesta legale.
Il problema della mancata trasparenza dei trattenuti reali dagli stipendi vale anche per un’altra ritenuta, quella effettuata per gli ammortizzatori sociali, che è dell’1,31%, (parte dell’1,61% trattenuto per la L. 388 del 2000 per formazione e disoccupazione, complessivamente oltre 5 miliardi) ma destinata prevalentemente alle Regioni.
Anche per queste poste nessuno può controllare l’effettivo cuneo e soprattutto la corretta destinazione delle risorse per capitoli.
Il fatto e Millennium hanno documentato ampiamente il tema, complesso e grave, della bilateralità fuori controllo dal 2014 al 2019 (vedasi Millennium giugno 2019, acquistabile, anche on line, e di cui è stato dato un estratto anche nel Blog di Consophia).
Numerose le interrogazioni parlamentari sul tema (M5S, Civici e Innovatori, Fratelli d’Italia), anche a cura della scrivente (citata nel 2017 dall’Onorevole Catalano, Civici e innovatori in merito ad Anpal, Antitrust e INPS), le trovate per esempio qui e qui.

Tutta la bilateralità dunque è ancora oggi fuori controllo, con i sindacati ed associazioni datoriali in evidente conflitto di interesse, con propri enti.
Con poteri di vigilanza assenti da decenni, che il Ministro del Lavoro e la Corte dei Conti continuano a non avere, come non li aveva ANPAL (mancano i decreti attuativi).
Smantellarla e riportare il suo tesoretto sotto il Ministero del Lavoro ha quindi connotati gattopardeschi, oltre che violare previsioni europee (agenzie omologhe esistono in tutti i Paesi UE, per precisi obiettivi di autonomia ed efficienza).
Per un riprovevole processo di “élite capture” ovunque, la classe dirigente (dentro la PA ma anche in molte aziende), con privilegi e poltrone varie, è stata disincentivata nel denunciare e fare interventi utili alla “cosa pubblica”.
Così il settore della formazione è degenerato, soprattutto negli ultimi 12 anni.
Trasformandosi in un trust di pochi privati e grandi enti politico – sindacali, che vorrebbero monopolizzare le risorse pubbliche, con esclusive e privilegi incongrui (ora anche l’esonero dal versamento IVA, per forzata assimilazione alla PA).
Costringendo a lavorare altri enti indipendenti in sub appalto per le attività di sviluppo commerciale ed erogazione corsi, ma senza alcuna tutela contrattuale e quindi visibilità.
Un vassallaggio che tanti subiscono, sentendosi inermi e consapevoli di non essere soccorsi, per blocchi operativi, che connotano in alcuni casi modalità mafiose. Peraltro anche documentate, finora poco utilmente, alla magistratura.
Con compensi per i vassalli sempre più compressi, e di conseguenza a cascata, anche per i docenti. Una schiavizzazione che in ambito intellettuale ha un unico prevedibile epilogo: l’abbandono del settore dei più bravi, a vantaggio di operatori senza contenuti ma dotati di finanziamenti pubblici.
Molti enti indipendenti, varati nel 2009 come Consophia, l’ente di formazione della scrivente, lavoravano con conti aggregati privatistici istituiti 14 anni fa dal Ministero del Lavoro. Quindi al di fuori di logiche di avvisi pubblici.
Conti privati (piccoli fondi nei Fondi), unica alternativa “indipendente” rispetto ai bandi politici. Conti con quantum e tempi di erogazione certi per le imprese. Aziende che di fatto utilizzavano solo il proprio maturato disponibile in INPS (poco ma certo: 40 – 50 euro a dipendente) per i corsi dei dipendenti.
Conti attaccati istituzionalmente nel 2017, con l’alibi surreale e illegittimo che aggirassero il regime di aiuti di stato, pure essendo privatistici!), che sono stati riconfermati legittimi nel 2018 (dopo un intervento mediatico e istituzionale della scrivente anche presso il MISE, come da articolo su Italia Oggi qui riallegato), ma che di fatto sono ancora oggi osteggiati operativamente.

Mentre i bandi regionali sulla formazione per i dipendenti delle PMI sono sempre più rari e resi operativamente impraticabili, per modalità di progettazione, tempistiche, pagamenti. Con differenze e criticità però significative, da Regione a Regione. Alcune, come l’Emilia Romagna, mostrano strumenti efficaci ed evoluti.
Nel tempo istituzionalmente, invece di gestire il problema, si è cercato di aggirarlo, creando nuovi strumenti.
Nel 2000 è stato creato il nuovo Fondo Nuove Competenze di ANPAL, ma tra continui stop and go e integrazioni documentali last minute, con avalli sindacali, che le PMI non amano, continua a non essere un’alternativa valida ai Fondi, soprattutto per le piccole aziende. Data la complessità organizzativa e l’erogazione delle risorse solo per bandi, non conti privatistici. Come invece si sarebbe dovuto e potuto fare.
Il FNC poi non finanzia la formazione, ma rimborsa il costo orario dei dipendenti in formazione. Un aborto, rispetto l’illuminato disegno iniziale, mirato a finanziare anche i docenti.
L’omertà nel denunciare questo stato di cose, notevolmente peggiorato dal 2011, è stata favorita dall’assenza di associazioni adeguate e super partes, ma anche di celeri tutele per chi denunciava.
Anche per le intimidazioni, quali liti temerarie che chi si espone subisce, ma con modalità becere, parrebbe ad opera di staff non controllati adeguatamente dai magistrati (come spesso accade per i reati minori quali le diffamazioni: controquerelare immediatamente è fondamentale, dati i vizi procedurali immancabili).
Ma la circolare UE 1937 2019, per chi denuncia reati contro la PA, concorrenza e codice degli appalti, è diventata finalmente operativa a luglio 2023, anche per tutele celeri ed automatiche contro le ritorsioni, che il Tribunale di Milano sta già mettendo in atto per i whistleblowing da agosto 2023.

 

Come cambiare gli attuali paradigmi: nuove forme di aggregazioni di interessi e di ascolto

Dunque che fare ora per risollevare e almeno migliorare il sistema, almeno in Italia?
Il tema degli oligopoli da vigilare efficacemente, delle concessioni che non devono trasformarsi in speculazioni, della Giustizia e delle tutele dovute a chi denuncia è strettamente connesso a quello della concorrenza e crescita del sistema. Oltre che delle Mafie.
Non possono arrivare input dal basso utili a chi deve decidere e valutare, se chi si esprime e spiega criticità e soluzioni è vessato, invece che essere premiato. Non può crescere un sistema e assicurare welfare, se abbandonato a logiche di mercato speculative, senza controlli e tetti, almeno per le concessioni, che sono oligopoli pubblici, spesso date con canoni irrisori.
Chiunque gestisca il potere, per individuare le priorità e decidere, dovrebbe comunque e sempre ricercare il supporto di tecnici super partes (Brain Trust) che offrano soluzioni che prescindano da ideologie di parte e pensino davvero al bene comune. Tecnici in grado di individuare il “debito buono” per ripartire.
Che nel caso italiano poi ora potrebbe essere delegato di fatto alla UE con le risorse del Pnrr, da usare per tutti i progetti validi presentati in tempo.
Non alimentando sterili politiche sui timori di un debito, che può essere un volano essenziale per l’economia. Concetto sdoganato persino da Draghi, due anni fa.
Esempi come quello del New Deal dimostrano che è possibile crescere con “debito buono” e che non è certo razionale né congruo togliere supporti ai fragili. Per non deprimere ancora l’economia, non solo per dovere morale. La propensione al consumo dei più poveri infatti è elevata. Dunque il denaro elargito ha immediati effetti moltiplicatori, che vanno a beneficio della domanda e della crescita dell’offerta anche delle imprese e dell’economia. Oltre a contenere la delinquenza comune, almeno quella legata ad uno stato di bisogno primario, in cui le Mafie allignano.
Ma compito della cittadinanza è anche di contribuire ai processi decisionali con nuove forme di aggregazioni di interessi, indipendenti, con proposte risolutive di problemi di interesse collettivo. Un diritto, ma anche un dovere.
Se il nuovo gruppo legalità a Napoli per Gratteri, creato su Facebook, ha superato oltre 70.000 iscritti in poche settimane ora, significa che c’è un bisogno di ascolto inevaso dalla politica su tanti temi, soprattutto la Giustizia e di feedback opportuni. Ascolto che è notorio Gratteri eserciti, ricevendo centinaia di persone e mantenendo un contatto diretto con i cittadini.

 

Politiche attive: un’analisi della nuova piattaforma Siisl

La formazione per i disoccupati, che rientra concettualmente nelle politiche attive, mai effettuate, presenta altre criticità e non dipende dai Fondi, ma è di competenza regionale.
I Fondi Interprofessionali sono infatti gestori solo del denaro per la formazione dei dipendenti delle aziende (e tali devono restare, nonostante vari tentativi, negli anni, di destinare le loro risorse a CIG, disoccupati, extracomunitari ecc.).
La formazione per i disoccupati dipende dalle Regioni e dagli indirizzi ANPAL/ Ministero del Lavoro. Con problemi operativi e di competenze che per anni non sono mai stati davvero risolti, con normazione chiara ed univoca. Dunque le politiche attive in Italia non sono mai state davvero implementate, anche per questi motivi.
Ma anche per il disegno di qualcuno, assai miope quanto scellerato, di mantenere bassi i salari, anche senza sussidi e supporti per la riconversione, creando una situazione di ricattabilità, mentre venivano smantellate tutele sindacali storiche. Non era questo il disegno di Biagi affatto, dato che si era ispirato al modello danese, con sussidi e formazione di riconversione.
Si dovrebbe dunque plaudire ora al varo, finalmente, di una piattaforma informatica che dovrebbe renderle possibile anche le politiche attive, con una agevole l’incontro della domanda e dell’offerta di lavoro sul territorio, oltre la formazione. Ma sono numerose le criticità che la stessa mostra.
Il suo funzionamento è collegato ad un impianto di rimborsi, 350 euro mensili, erogati solo a chi, tra gli ex percettori del Rdc, effettua corsi indicati dalla piattaforma e si renda disponibile per un patto di servizio.
Sussidio che in Italia non si sarebbe dovuto eliminare, poi a fine luglio, prima di aver varato la piattaforma e collaudato per mesi i nuovi strumenti di riconversione professionale, con politiche attive concretamente implementate. Per i nuovi sussidi, corsi, offerte, l’attivazione concreta ci sarà a novembre – dicembre. Con persone fragili, nel frattempo, prive per mesi di qualunque supporto.
Coerente forse togliere sussidi a chi rifiuti corsi, proposte congrue o lavori socialmente utili, non a tutti i presunti occupabili. Lasciandoli in balia della disperazione e del malaffare, soprattutto nel Sud.
Le politiche attive che paiono appannaggio, inspiegabilmente e illegittimamente, solo di pochi privati.
Le agenzie private per il lavoro sono le uniche presenti ora sulla piattaforma Siisl. Piattaforma che esclude dall’accesso anche le aziende, enti e sorprendentemente pure i centri per l’impiego pubblici, che quindi non potranno assistere gli occupabili come congruo per l’orientamento. A dimostrazione di come da anni si persegua nel loro depotenziamento, a favore dei privati.
Mentre i patronati, che comunque non fanno orientamento e non conoscono le agenzie per il lavoro sul territorio (che andrebbero selezionate tenendo conto delle specificità della platea degli ex percettori del Rdc) non sono state formati sull’uso della piattaforma. Tanto che in alcune Regioni anche alcuni sindacati (Cisl e Uil) hanno difficoltà a rispondere alle richieste. Con immancabili rinvii nell’erogazione dei 350 euro.
Con domande andate a buon fine (per le quali presumibilmente occorreranno mesi) poi l’utente dovrà essere convocato dal centro per l’impiego competente per la firma di un patto di servizio e l’inserimento nel programma GOL, per la riqualificazione dei disoccupati. Ma i corsi per la riqualificazione sono sulle piattaforme regionali, non su Siisl.
La piattaforma poi eroga solo 350 euro mensili di rimborso per 12 mesi, ma per corsi brevi, non preceduti da assessment, invece di prevedere percorsi mirati (per riposizionarsi non bastano poche ore). Corsi poi con qualità ed efficacia ad oggi non monitorabili.
Il sistema esclude poi gli immigrati stranieri, sebbene con regolare permesso di soggiorno, discriminati. Che si stanno rivolgendo, tramite le loro associazioni, con urgenza in Commissione UE.
Oggi comunque, post Covid e data la crisi economica, per riconvertirsi non bastano mesi, ma anni. Soprattutto per gli over 40.
Dunque “rimborsi” miserrimi (la parola sussidio pare non sia in uso), che non permettono di sopravvivere né acquistare corsi di qualità e realmente mirati, fanno solo il gioco di pochi privati, che offrono corsi gratuiti perché finanziati.
Con docenti spesso sottopagati (anche a 10 euro orarie), remunerati spesso in ritardo (quando le Regioni saldano), motivo per cui da anni in quei circuiti se ne trovano sempre meno e il livello qualitativo dei corsi è ormai notevolmente diminuito.
In tutta Europa ci sono sussidi ai disoccupati, parametrati al costo della vita. Con percorsi formativi funzionali ad un riposizionamento e mirati, perché selezionati con un assessment guidato da orientatori esperti (circa 100.000 in Germania). La gestione dei sistemi è prevalentemente pubblica ed assicura servizi senza logiche di mero profitto.
Mentre ovunque nel mondo occidentale, post Covid, le politiche di welfare sono state sostenute e rinforzate, da noi si stanno di smantellando e privatizzando, ma con riflessi negativi su tutto i lavoratori, non solo i disoccupati.
L’assenza di politiche attive di riposizionamento e sussidi universali (politiche passive), che perdura da decenni, ha infatti contribuito a mantenere un livello di salari scandalosamente basso per tutti, fermo sostanzialmente da 20 anni.
Dimostra anche la scarsa efficienza dei sindacati e della contrattazione sindacale per i dipendenti.
Un recente studio della Fondazione dei Consulenti del Lavoro di due mesi fa (a cura di Rosario De Luca, marito di Calderone) mostra infatti che oltre un terzo dei 61 principali contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil ha minimi retributivi ben sotto i 9 euro l’ora.
Totalmente inutile comunque la contrattazione per il comparto autonomo e subordinato, sempre più preponderante nel mercato del lavoro, i cui bisogni i sindacati non “vedono” da quasi 30 anni e di cui dunque mai si sono concretamente occupati. Dati poi interessi confliggenti con le proprie clientele da tutelare (prevalentemente dipendenti delle grandi aziende e PA).
Questo anche in termini di spartizione delle esigue risorse disponibili dei 4 capitoli INPS (previdenza, formazione, ammortizzatori, assistenza), non interscambiabili, come invece avviene da decenni, ma illegittimamente, a seconda delle priorità governative.
E’ noto infatti come dal comparto dei versamenti degli autonomi si drenino da anni risorse per compensare il deficit pensionistico dei dipendenti, soprattutto della PA o come il capitolo della formazione sia stato vampirizzato per anni per finanziare la CGI, illegittimamente.
Nessuno biasimava presunti oziosi “divanisti”, quando, anni fa, la CIG in deroga, introdotta dal Governo Berlusconi nel 2008, veniva sistematicamente prorogata, trasformandosi in un sussidio di fatto permanente per imprese decotte, anche con qualche truffa. A scapito della fiscalità generale (circa 6 miliardi solo tra il 2009 e il 2013).
CIG alimentata anche con prelievi forzosi sui Fondi Interprofessionali (circa 120 milioni di euro annui, su un miliardo di maturato in INPS). Con un grande danno per il comparto della formazione soprattutto delle PMI, dove i prelievi, senza normazione ministeriale, sono stati gestiti a valle dai Fondi, sulle imprese aderenti, arbitrariamente. Intaccando prevalentemente i conti privatistici “indipendenti” di alcune aziende anche del 50%, ben oltre il 12% prelevato a monte dall’INPS dai Fondi, invece in proporzione al loro fatturato.
Il prelievo forzoso, istituito dal Governo Letta nel 2013 per la CIG è stato finalmente abolito, dopo 10 anni, a marzo 2023, con un decreto pubblicato dal Governo Meloni, ma redatto da Draghi nel 2022.
Per una evidente illegittimità, più volte segnalata anche dalla scrivente in articoli ed esposti. In quanto danno non solo per le imprese iscritte, ma anche per gli enti consulenti collegati, con fatturati in alcuni casi dimezzati.
Risorse delle imprese (o meglio dei propri dipendenti), non destinabili ad ammortizzatori di terzi e non di proprietà dei Fondi, meri gestori di denaro versato dai dipendenti all’INPS per la propria formazione professionale. Risorse che è illegittimo destinare a terzi, disoccupati o extracomunitari.
Risorse che potrebbero essere destinate, con innovazioni organizzative, a formare prioritariamente i ragazzi di aree depresse del Sud, come Caivano ed Afragola, per neo assunzioni, ma solo presso le imprese iscritte ai Fondi, cui questo denaro appartiene, non altre.
Ma con politiche abitative di supporto, se non pubbliche, come negli anni ‘50 e ‘60, organizzate da privati in social housing, in collaborazione con i Comuni, anche per recuperare edifici di fatto non alienabili, oggi fatiscenti. Altro obiettivo socialmente positivo, qualora si volesse rilanciare l’edilizia con progetti però mirati sui fragili e non indistintamente a tutti (pecca del Superbonus, che però il PIL ha fatto crescere di vari punti).
L’analisi territoriale della piattaforma di incrocio e domanda (fonte Il Fatto), mostra che su 3.700 annunci di lavoro, ci sono offerte prevalentemente precarie a Nord (quasi i tre quarti), mentre chi ricerca lavoro è a Sud. Il 70% dei perdenti il Rdc si concentra nel Mezzogiorno, il 65% delle offerte viene da aziende del Nord, meno del 7% da imprese collocate al Sud. Spostarsi per lavoro, anche solo per pochi mesi senza un supporto abitativo diventa concretamente impossibile, dati poi i prezzi degli affitti a Nord. Il problema logistico e abitativo va gestito con urgenza, per rendere le offerte concretamente fruibili, al di là poi dell’aspetto qualitativo (occorre combacino anche le competenze).
Dunque l’assenza di un piano casa da 40 anni, altra anomalia del welfare italiano, dovrebbe essere una priorità cui ovviare immediatamente.

 

I disoccupati: il vero business del decennio, ma per pochi

Il vero business del decennio non è però la formazione degli occupati nelle aziende, di competenza, per i finanziamenti, dei Fondi Interprofessionali, ma la formazione dei disoccupati, che attiene le Regioni.
La Legge 388 2000, istituiva della bilateralità ecc., prevede un trattenuto dell’1,61% dagli stipendi: uno 0,30% per la formazione (circa un miliardo di euro), l’1,31% per la disoccupazione (circa 4,5 miliardi).
Lo 0,30% è attribuito ai Fondi Interprofessionali (per le aziende ad essi iscritte), l’1,31% attribuito principalmente dalle Regioni.
Regioni che gestiscono anche le risorse provenienti dalla UE per la formazione e i disoccupati.
Con sistemi, che, sul territorio nazionale, variano, a seconda della virtuosità delle amministrazioni, con effetti qualitativamente assai diversi.
Un esempio eloquente è quello Doti Lavoro lombarde, che hanno generato richiami anche in UE. La “Dote Unica Lavoro”, finalista per il premio europeo RegioStar Award 2017, era stata presentata come uno strumento di eccellenza, per favorire l’inserimento di disoccupati, dato che l’80% dei formati risultava poi collocata al lavoro in tempi brevi. La Regione è stata richiamata perché i fondi europei non debbono favorire, da parte delle agenzie del lavoro accreditate, fenomeni di gaming, ricollocando solo persone che avrebbero comunque trovato facilmente lavoro (ingegneri elettronici o, specularmente, extracomunitari per pulizie o il catering).
Dunque il peso che i privati devono avere nel settore della ricollocazione dei disoccupati andrebbe presidiato, non solo per barriere all’ingresso per i soggetti accreditabili, in alcune Regioni (non tutte) incongrue, ma soprattutto per l’analisi qualitativa dei servizi resi. Affinché non vada a scapito del sistema pubblico, inefficiente perché non potenziato, come necessario.
Sistemi pubblici che il PNRR pare dovesse supportare, e invece così non si è ratificato, ennesima occasione persa per la creazione di un sistema di ricollocazione moderno.

 

La forza delle idee e delle esperienze personali anche in politica

L’esperienza della sofferenza, vissuta direttamente o tramite un proprio caro, segna spesso la visione che si ha del mondo. Genera consapevolezza, utile anche a chi opera in politica.
Pochi sanno che Roosevelt a 39 anni si ammalò gravemente di poliomielite, perdendo quasi del tutto l’uso delle gambe. Poté fare fronte ai suoi problemi di salute, gravi, perché benestante.
Caffè dovette assistere un fratello gravemente ammalato per anni, con costanti preoccupazioni anche economiche.
Obama ha sposato il rilancio del welfare sanitario vivendo in prima persona anche il calvario, per patologie invalidanti, prima della madre, poi del suocero.
Una malattia, la perdita del lavoro, un incidente, possono cambiare improvvisamente in peggio le nostre condizioni e dei nostri familiari, renderci consapevoli della necessità di un welfare allargato.
Fino ai primi anni ’60, fin quanto tenne la “coalizione” di interessi creata da Roosevelt, trasversale, continuò una fioritura di iniziative sociali fondamentali. Di fatto smantellate da manovre neoliberiste, inaugurate negli anni ’80.
Con la stagione delle grandi privatizzazioni in Italia il fenomeno temuto da Roosevelt, ossia il prevalere degli oligopoli a scapito degli interessi collettivi, si verificò con maggior forza rispetto altri Paesi, date le peculiarità del nostro contesto, già descritte.
L’Italia è oggi un Paese fuori controllo, senza un “cruscotto” e in balia di potenti Mafie. Che, come Gratteri evidenzia da anni, controllano silenti l’economia di interi distretti e che possono, con quantità ingenti di denaro, anche effettuare autonomamente compravendite di voti, collocando decisori politici in posti chiave.
Con Premier che durano troppo poco (mediamente un anno e mezzo) per mettere mano a riforme strutturali e spesso impossibilitati ad emettere decreti attuativi in tempo, dopo il faticoso varo di Leggi.
Le Lobby e le Mafie invece permangono e hanno saldi radici nella burocrazia sottostante. Urgono quindi “cruscotti” e innovazioni nei flussi di comunicazione top down.

 

Un riepilogo delle proposte

Allora quale può essere la via d’uscita per una seria riforma del sistema della “cosa pubblica”? Soprattutto per il welfare?
Il cambio di paradigma, come si è già detto, deve passare in primis per ascolto diretto (ma strutturato e organizzato) dei cittadini, non mediato dalle consuete rappresentanze ma da nuove e autofinanziate, e tutele concrete, legali ed economiche, per chi segnala e denuncia. Possibilmente anche con premi, già previsti nei sistemi anglosassoni.
Come oggi non è, perché il cittadino è lasciato solo, senza protezione e soprattutto senza riscontri per le proprie interpellanze. E’ trattato come suddito ed è inaccettabile in una democrazia.
Non ha neppure alcun diritto a risposte agli esposti presentati alla PA (Ministeri, Corte dei Conti ecc.). Risposte che almeno le Procure della Repubblica sono tenute a dare (ma su richiesta, ex ante, formale).
Non ha concreti supporti e tutele per ritorsioni, con Leggi che dovrebbero assicurarle, come la L. 179 2017. Lo sanno le Associazioni, che sovente dichiarano di occuparsi di temi “orizzontali”, non di quelli “verticali” (le tutele al singolo). Come se ogni problema evidenziato, di interesse pubblico, non fosse moralmente e legittimamente legato a quelli del soggetto che li ha sollevati.
E’ tuttavia proprio di agosto 2023 la notizia che il Tribunale di Milano ha finalmente dato seguito alla direttiva 1937 2019, perfezionata a luglio 2023 (a tutela di chi denuncia reati contro la PA, concorrenza, codice degli appalti), ordinando il reintegro di un impiegato ATM, licenziato, che aveva effettuato una denuncia per biglietti clonati nel 2017. Si tratta del primo provvedimento cautelare d’urgenza per un whistleblower in Italia. Di buon auspicio.
In un mondo complesso però non basta l’ascolto diretto, fondamentale ma non esaustivo.
Occorre poi ricreare le condizioni per un Brain Trust di tecnici super partes e senza conflitti di interesse, che proponga riforme per obiettivi, che tengano conto anche dei riflessi diretti sulla crescita economica. Tecnici che però non conoscano solo le teorie economiche, ma le prassi di mercato e di business. Ma non rappresentanti di interessi di parte.
Il Bonus per l’edilizia 110%, è stata fondamentalmente una buona idea, dato il nostro patrimonio immobiliare, anche di bei borghi, ma fatiscenti. Una manovra tipicamente keynesiana, che ha fatto crescere l’economia italiana. Tuttavia con criticità, controlli limitati, rivolto a proprietari di case anche benestanti e senza alcun vantaggio per i più poveri. Se abolito è bene sia sostituito da altre misure espansive più mirate ai fragili, a favore di edilizia sociale, dato che l’incontro concreto tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere da un welfare abitativo che in Emilia è già una realtà (case di 50 mq affittate a 250 euro). Si imiti allora questo schema, esportandolo in altre Regioni.
Il salario minimo è un’altra misura inderogabile, dato che, come dimostrano ricerche già menzionate, la contrattazione, anche della Triplice, ha portato anche in molti casi a siglare contratti per meno di 9 euro orari. Anticostituzionali, tant’è che il Tribunale di Milano è dovuto intervenire mesi fa, reputando anticostituzionali i salari orari (4 euro) erogati da società di logistica e guardie giurate, facendo portare gli stipendi mensili a 1.400 euro.
Il salario minimo, che ha trovato applicazione anche in altri Paesi, senza traumi apocalittici, fallimenti o abbassamento dei salari mediani (lo dimostrano empiricamente i fatti), mette a disposizione risorse alle masse per accrescere la domanda di beni e servizi, dunque il fatturato delle aziende e l’economia nel suo complesso. E’ dunque Keynesiano introdurlo, perché si rivolge a target che hanno una propensione alla spesa elevata, dunque che sostengono la domanda a beneficio delle stesse imprese e del loro fatturato.
L’introduzione di un sussidio universale, ma parametrato congruamente al costo della vita (di cui prima del Rdc beneficiavano direttamente solo i dipendenti di alcune imprese, con Cassa Integrazione e Naspi), data la sempre più frequente perdita del lavoro, stempererebbe la precarietà del lavoro che connota il mercato italiano del lavoro da oltre 20 anni. Con riflessi sulla natalità devastanti.
A chi obietta che non si possono dare aiuti per anni, che sarebbe solo assistenzialismo (ma non lo è la CIG, gestita da Regioni e sindacati, parrebbe) si rammenta come sussidi universali siano in uso in tutti i Paesi UE, debitamente controllati e mirati. Soprattutto legati a politiche di formazione e orientamento che poi abbreviano il periodo di disoccupazione. Che come dimostrano dati INPS recenti, ha visto l’adesione al Rdc scemare di 12 punti percentuali dal 2021, con la ripresa economica. Non era dunque vissuto da tanti come vitalizio, ma come aiuto temporaneo. Tutto è poi sempre perfettibile, con un adeguato rodaggio.
Il sistema italiano creatosi dopo il 2000, soprattutto in ambito formazione e lavoro, è risultato di misure solo tattiche, di breve periodo, con smantellamento di controlli e concorrenza, a vantaggio di pochi interessi corporativi e a svantaggio del sistema pubblico. Un sistema quindi assai diverso dalla flessibilità ideata da Biagi, ispirato al virtuoso modello danese. Assai articolato, con supporti passivi (sussidi) e attivi (formazione, con consulenti per l’orientamento).
Un sistema osteggiato dalle Mafie, che vogliono il controllo del welfare e prosperano nella precarietà. Pare dal 1995 ci siano riuscite, silenti.
Non demorderanno, se non con un’azione di contrasto sociale finalmente energica.
Ma anche proposte concrete e fattibili dal basso, strutturate con nuove forme di aggregazione di interessi (Reti ad esempio, di imprese e professionisti, crogiuolo di contenuti e competenze, piuttosto che mere associazioni).
Per il rilancio del Turismo, poi, tenuto conto del patrimonio da valorizzare, inalienabile, in risalto anche a Cernobbio a settembre 2023, data l’incapacità di sfruttare adeguatamente il Pnrr e altri fondi, si potrebbe cogliere l’occasione per la revisione del sistema di concessioni italiane, con nuovi modelli, virtuosi. Se è possibile dare in concessione una spiaggia, non si comprende come mai non sia parimenti dare in concessione monumenti per qualche anno, in cambio di ristrutturazioni e magari la creazione di infrastrutture accessorie (strade, mezzi di trasporto, ecc.). Con pratiche burocratiche semplificate e controllori designati super partes.
La Reggia di Venaria Reale, ristrutturata nel 2007 con fondi europei, ha creato 600 posti di lavoro e ricavi importanti per il territorio. Ospita inoltre una Università del restauro, che è una eccellenza mondiale. Potrebbe essere un modello e un supporto per altri recuperi strategici.
Invece di tagliare super profitti a privati, con i conflitti costituzionali sottesi, meglio sarebbe una riforma strutturale delle concessioni. Con un rialzo dei canoni, imponendo un tetto anche i profitti, in alcuni casi smisurati e quindi parassitari. Rivedendo finalmente il sistema dei controlli, carente in tanti ambiti da decenni, per assenza di decreti mirati.
Proclamare mere mobilitazioni con idee astratte non serve, se non si indicano obiettivi chiari e le modalità concrete con cui raggiungerli (un esercizio di project management raramente fatto dai nostri politici, ma necessario per aiutare a normare, consci dei processi e criticità da gestire).

 

Le tre sinistre e “gli altri”

Se nelle destre la vocazione sociale spesso latita, perché il welfare è inteso come spesa sociale inutile (invece che come potente moltiplicatore, come “debito buono”), la latitanza delle sinistre su questi temi è stata sconcertante un po’ ovunque e spiega la perdita di consenso, da parte dei più poveri, delusi.
Fragili cui i diritti civili interessano assai meno dei diritti sociali. Per ovvie priorità di sopravvivenza, di cui forse, frequentando mercati e fabbriche più assiduamente e ascoltando, con empatia, potrebbe essere più agevole avere cognizione.
Le sinistre in Italia ora sono fondamentalmente tre e non collaborano da anni.
C’è una sinistra riformista, il cui orientamento è essenzialmente liberale, fortemente ancorata al mercato, la concorrenza, attenta alle imprese e ai temi della globalizzazione, che finora ha predominata solo nei governi tecnici. In cui la componente intellettuale e di competenza è stata notevole e utile. Ma la cui base elettorale non può essere ampia, se non volge la sua attenzione anche a temi sociali, più appetibili per le masse, come per la Giustizia a tutela dei più deboli. Giustizia premessa indispensabile anche per una concorrenza che davvero funzioni.
C’è poi una sinistra democratico sociale o socialdemocratica, che pure credendo nel libero mercato, pensa ad un ruolo più marcato dello Stato a tutela dei lavoratori e fragili. Si ispira a modelli di welfare nord europei, ed ha una base sociale potenziale più ampia e variegata della precedente, per gli interessi “misti” che vorrebbe coltivare. Ma questo posizionamento fatica a definirsi in un chiaro e nuovo progetto politico di ampio respiro: è il partito che non c’è, ma potrebbe esserci.
Infine c’è una sinistra radicale, di provenienza comunista e socialista, che finora però si è presentata assai divisa e poco incisiva. Con programmi che, se troppo ancorati a schemi ideologici del passato, rischiano di esercitare poco fascino su un elettorato che rischia di restare “di nicchia”.
Infine c’è il M5S, che come Ricolfi ha evidenziato, ha saputo riempire il vuoto lasciato dalle sinistre nei confronti di coloro che, privi di qualunque tutela, anche sindacale, reclamavano un nuovo welfare affatto garantito dai sistemi predominanti. Un Movimento che si definisce progressista, ma non di sinistra, pur sposandone molti valori. Ma che cura temi cari a tanti, trasversalmente. Per esempio sulla Giustizia. Confermando una innovazione politica, che va oltre i tradizionali schieramenti, ma che richiede una organizzazione e una classe dirigente adeguate.
Queste quattro realtà non hanno saputo finora marciare divise ma unite, per preservare un comune patrimonio culturale e identitario, ma con obiettivi condivisi. Consorziandosi almeno su macro temi di grande interesse e urgenza sociale. Sanità, Lavoro e formazione, Giustizia ecc.
Il salario minimo, proposto congiuntamente pochi mesi, pare finora l’unica positiva eccezione, oltre una comune attenzione ai fragili.
Temi sposati anche da un destra sociale, insoddisfatta, con cui una comunione di obiettivi non sarebbe blasfemia in emergenza. Un “Modello Roosvelt” trasversale, almeno su temi sociali prioritari.

 

Questo post è dedicato a mia madre, Teresa di Palo, una ragazza di Afragola degli anni ’50, di umili origini, che volle studiare a tutti i costi, per essere indipendente e libera. Ma soprattutto insegnare ad altri come esserlo. E ci riuscì.
Auguro dunque ai ragazzi e alle bambine di Caivano questa fortuna.

 

Patrizia Del Prete, CEO Consophia, patrizia.delprete@consophia.it

 

Per conoscere i servizi e la formazione su misura di Consophia visita il sito e, in particolare, la Sezione Corsi

Lascia un commento