Formazione e nidi del cuculo: ribaltare paradigma si può

Formazione e nidi del cuculo: ribaltare paradigma si puòCome già provato in precedenti post, allegando documenti ufficiali, il comparto della formazione (come quello del lavoro e del welfare) è affetto cronicamente da gravi carenze nei controlli. Per assenza di decreti attuativi, più che di norme (numerose e con sovrapposizione di competenze regionali e nazionali).

Nonostante varie denunce, non solo mediatiche, a cura della scrivente, la Corte dei Conti continua a non controllare ANPAL (solo ANPAL Servizi), mentre per le Regioni la situazione appare ancor più complessa, data la sovrapposizione di poteri centrali e locali.

Il settore non è solo fuori controllo, ma anche assai distante dai bisogni concreti dell’utenza, perché incapace di ascolto diretto. Le attuali rappresentanze, riconosciute come unico interlocutore istituzionale dal Ministero del Lavoro e ANPAL per vincoli statutari (da riformare urgentemente), risultano poi spesso in conflitto di interesse.

Il settore è strategico, perché attinente temi che impattano sul benessere e la crescita del sistema Paese, ma appare trascurato da anni, oltre che dai politici pure dai giornalisti, e questo di certo non aiuta a sanarne i problemi, ormai cronici. Manca il dibattito, soprattutto il confronto diretto con l’utenza.

Il cittadino italiano non può, come in altri paesi UE, fare progetti di vita (istruzione, professione, matrimonio, figli, mutuo), con supporti congrui. E non tanto perché manchino risorse, quanto per il loro scarso controllo e allocazione nei corretti capitoli di spesa, intercambiali, illegittimamente, secondo le priorità politiche del momento.

Keynes già un secolo fa, con il suo “moltiplicatore”, aveva dimostrato come assicurare certi servizi non sia uno spreco, una dilatazione del debito, ma un traino per lo sviluppo, perché allarga la coperta, che non resta corta.

Esiste la spesa cattiva e fuori controllo. Esiste la spesa buona e che amplia la coperta a vantaggio di tutti. Ma che per essere virtuosa deve assicurare controllo e corretta allocazione nei capitoli normativamente previsti.

Un sistema evoluto poi deve assicurare supporti di welfare seri, che impediscano lo scontro sociale (che ha costi) e che permettano, ad esempio, perso il lavoro, di non subire la gogna dello sfaticato se, mentre si cerca un’altra posizione (occorre tempo), si percepisce un sussidio. Come accade in altri Paesi UE da decenni, ma con adeguati controlli e politiche attive (formazione ecc.) che affiancano quelle passive (i sussidi).

Supporti che consentano di disporre di una professionista per l’outplacement, per ricollocazioni congrue, non per lavoretti occasionali e mal pagati. Un manager che, finalmente dotato di un sistema nazionale informatizzato per l’incrocio della domanda e dell’offerta, segnali le opportunità lavorative e i corsi di formazione davvero utili per riqualificarsi, in caso di lacune di competenze.

Sollevando da questo costo le imprese, che potrebbero collaborare per il riposizionamento formativo, rimborsate dei costi che l’addestramento specialistico inevitabilmente implica (e il cui vantaggio si perde quando il dipendente abbandona l’azienda).

Supporti che prevedano un sistema pubblico di ricollocazione congruamente in competizione con quello privato, quindi con le stesse risorse. Non le ennesime privatizzazioni all’italiana, ossia con emendamenti ex post per smantellare i poteri dei controllori (Ministeri, Agenzie ecc.).

Supporti, nel caso di un imprenditore di una PMI, che prevedano anche coach statali gratuiti, capaci di supportare almeno inizialmente nel riposizionamento. Con assessment mirati a capire con quali risorse umane o finanziarie poter riprogettare il futuro.

Questo tipo di impostazione sociale non è un’utopia. Non richiede nuove tasse quanto il corretto controllo delle risorse già stanziate. Ad esempio di Leggi, come la L. 388 del 2000, istitutiva dei Fondi Interprofessionali e ammortizzatori, di fatto prive di monitoraggio.

Il controllo, con strutture qualificate (Ministeri o Corte dei Conti ad esempio), dotate di reali strumenti e risorse, è fondamentale per il cambio di paradigma. Invece le risorse del comparto della bilateralità, lavoro, formazione sono ancora fuori controllo, come denuncio da anni e come provato anche da Il fatto quotidiano (vedasi l’inserto Millenniun di giugno 2019).

Prove che sono in buona parte richiamate e allegate al mio BLOG, attivo sul mio sito www.consophia, ma con post anche su Linkedin. Come le abbia ottenute è frutto di un percorso di indagini durato anni. Praticando un assessment (sul modello di quello attuato nelle aziende), con l’ascolto diretto dei vari operatori del mercato, analisi della documentazione e norme, report e incrocio di informazioni tra i vari attori del sistema (spesso affatto comunicanti, per vincoli istituzionali vari).

ANPAL non riporta ancora oggi alla Corte dei Conti, come dovrebbe, proprio per assenza di decreti attuativi ma anche dialogo strutturato con altri attori del sistema (INPS ecc.).

Procure e Tribunali non sono stati formati e organizzati per confrontarsi su temi, complessi, di rilevanza nazionale ma anche locale. Tantomeno sono attrezzati per dare concreti supporti al cittadino che denuncia reati contro la Pubblica Amministrazione. Cittadino che non ha diritto neppure ad una risposta dalla PA e dalla Corte dei Conti, in caso di esposti, come almeno avviene per le Procure della Repubblica e Tribunali, ma con percorsi giudiziali costosi e non in anonimato. Mentre proprio nelle disfunzioni della PA e degli appalti alligna ormai il malaffare.

Dunque urgerebbe una Procura nazionale che raccordi tutti questi soggetti e sappia dare ai cittadini tutele speciali, con Avvocati di Stato gratuiti, come peraltro previsto dalla Legge 179 2017. Legge inattuata a cui mancano decreti attuativi, mentre la circolare UE 1937 2019 che la richiama e amplia le sue tutele a concorrenza e appalti non è stata recepita a dicembre 2021. Siamo dunque in infrazione.

Il gap tra norme e applicazione è quindi costante. Non può essere colmato se non partendo dall’ascolto diretto delle basi, tutelando concretamente chi si espone e potrebbe subire ritorsioni. Magari introducendo anche premialità. Questo costituirebbe un cambio di paradigma epocale, per agire in modo mirato ed efficace, in vari contesti, con l’aiuto di cittadini e insider.

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All’esame di economia 1 all’Università di Torino, ormai decenni fa, venni bocciata al primo scritto, pur avendo molto studiato . Eravamo oltre 300, passarono solo in 5, con voti miserrimi. Chiaro indizio di un fallimento formativo: gli assistenti non ci avevano preparati con test di modellistica pratici, quelli richiesti invece nello scritto. Trascorsi un’estate di studio matto e disperatissimo, esercitandomi con test sulla collana Schaum. Metodo anglosassone: studio dei casi in primis. A settembre passai lo scritto con il voto massimo della sessione e all’orale con i complimenti pubblici dell’ordinario, il Prof Valli.

Ho capito da allora quanto sia importante, quando anche il “sistema” non ti aiuta, cercare autonomamente la soluzione, analizzando i “perché”, per arrivare ai “come”. Il nostro sistema formativo è invece ancora buona parte teorico e nozionistico. Perché questa è l’estrazione di buona parte dei nostri docenti.

Ciò non consente di preparare i ragazzi “praticamente”. Spesso non permette neppure in ambito professionale di sviluppare l’approccio critico necessario per non pensare la realtà come “data”, perché non aiuta a elaborare in termini di processi. Quindi di destrutturarli e ricostruirli affinché le cose funzionino davvero. In questo avremmo molto da imparare dal project management ingegneristico.

Approccio per progetto che andrebbe applicato anche alla normazione, che pensa agli obiettivi, ma raramente si preoccupa del come, ossia del percorso pratico per renderli concretamente raggiungibili. Ancor più di rado di monitorarli e controllarli. Questo approccio non è dunque solo culturale, ma formativo in primis, dato che chi norma dovrebbe essere formato a scrivere provvedimenti efficaci e chiari.

È alla radice anche della scarsa organizzazione del nostro sistema, rispetto ad altri, troppo giuridico centrico (il diritto dovrebbe occuparsi della sovrastruttura, non pretendere che la struttura vi si adegui). In cui anche la comunicazione è ancella dei tecnicismi giuridici, comprensibili solo dagli addetti ai lavori.

Approccio peggiorato dalla mancata volontà, come accade nella PA, non solo di formare le persone congruamente, ma di premiare la proattività nel risolvere i problemi, sanzionando gli inerti. Resteremo il Paese del Gattopardo, senza incentivi per chi merita e si espone, innovando e favorendo trasparenza, senza sanzioni per chi invece non produce e ostacola i processi virtuosi.

Con Leggi monche, come la 231, che al massimo garantiscono il posto di lavoro ai dipendenti della PA, ma non tutele agli altri attori del sistema economico (professionisti, imprenditori). Dunque PA con risorse fuori controllo, malaffare, tutele concrete, formazione utile e pratica, sono parte di un unico problema, che non è insuperabile.

L’organizzazione e la cultura sono fenomeni umani e come tale non immutabili, possono essere modificate con modelli virtuosi. Che devono essere però imposti dalle élite al comando. Questo è il vero problema italiano.

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Apro una parentesi storica, per dimostrare che il DNA italico ha potenzialità per organizzare in modo ingegneristico e armonico. A dispetto dell’attuale immagine. Lo dimostrano praticamente le opere che ci circondano e un impero durato centinaia di anni, improntato alla disciplina di un genio militare unico. C’è stata poi una regressione culturale e organizzativa, per il prevalere, soprattutto nel primo medioevo, di modelli culturali differenti.

Attualmente da noi invece vige il clan, il modello tribale: non conta quel che sai fare, ma a quale tribù appartieni. Il merito è assai poco praticato.

Questo è voluto ovviamente, ma non declamato, lasciato a tattiche silenti, che sono poi quelle di una certa Mafia. Che ha come riferimento culturale un patriarcato, misogino e volto alla sopraffazione. Un modello vincente forse nel breve e medio termine, ma che nel lungo, perché uccide il corpo di cui si nutre in modo parassitario, a suo stesso detrimento. Per questo modello gli ignoranti e incompetenti sono comodi, più facilmente gestibili e corruttibili dei bravi e acculturati.

L’impero romano sì è invece sviluppato 2.000 anni fa su con ben altri schemi, necessari per vincere contro altri. Aveva un corpo del genio militare evoluto, alla base del suo successo, ma non costituito da una élite sganciata dalle competenze pratiche. Ma che si avvaleva degli stessi legionari, diretti e coordinati da ingegneri specializzati, gli “architecti”.

Esercito composto di cittadini che da civili svolgevano mestieri e portavano con loro competenze diverse, non solo belliche. Quindi dotati della capacità di costruire concretamente (un accampamento difensivo, “castra”, poteva essere realizzato in due ore), oltre che di combattere in modo organizzato, coordinati da menti ingegneristiche. Il loro status militare dipendeva dalle capacità dimostrate, non dal censo (ci sono stati imperatori ex schiavi).

L’esercito romano in origine era dunque fatto di cittadini educati a combattere, ma anche costruire e collaborare in modo organizzato, per apportare civiltà e sviluppo. Un modello di sviluppo, quello romano, ispirato dal suo genio militare, basato su 4 punti cardini:

  • organizzazione
  • disciplina
  • meritocrazia
  • addestramento e formazione polivalenti

Non è dunque vero che gli italiani siano strutturalmente “individualisti” e disorganizzati. Dipende da chi coordina. È quindi nelle nostre élite che risiede il “peccato originale”, soprattutto nel modo di allevarle e selezionarle.

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Occorre assumere la consapevolezza che la nostra classe dirigente, in tutti i contesti, è da decenni pesantemente infiltrata, in modo silente, con modalità parassitarie da “nido del cuculo” (uccello che notoriamente elimina le uova di altri, sostituendole con le proprie, facendo allevare degli impostori da ignari genitori adottivi).

Mafie che eliminano sul nascere chi rappresenta un ostacolo. Con un approccio prevaricatore, ma silente, atto a far in modo che certe dinamiche non siano percepite e quindi sanate da chi ne avrebbe il potere. Tema, quello dalla mancata consapevolezza delle dinamiche della Rete invisibile, spesso trattato nei libri del PM Gratteri.

Per reagire a questo contagio virale, occorre un ricambio di élite e una macchina da guerra che riporti in auge altri valori e schemi. Come? Con nuove forme di aggregazioni di interessi e nuove modalità di rappresentanza, non in conflitto di interesse. L’associazionismo attuale è in buona parte autoreferenziale e condizionato.

Essenziale una riforma del sistema formativo, che ponga al centro il controllo del denaro pubblico sotteso, con un arbitro dotato di risorse e poteri concreti per vigilare e tutelare gli operatori del mercato. Solo così le somme da destinare alla formazione professionale saranno finalmente allocate nei corretti capitoli, in toto, non usate per altro.

Ma soprattutto una riforma anche del sistema giudiziario, con tutele celeri e accessibili per tutti, soprattutto per i reati contro la PA, concorrenza, codice degli appalti. Quelli che impediscono poi di competere equamente anche alle imprese.

Conformemente a Leggi e direttive già esistenti (come la 179 2017 e la circolare UE 1937 2019) non attuate, per assenza di decreti e di cui nessuna parla, a parte un paio di quotidiani, dato il sistema mediatico, non libero da conflitti di interesse (come da anni si invoca sia necessario). Come segnala Raffaele Lorusso su Repubblica, siamo scivolati al 58 ° posto nella classifica internazionale sulla libertà di stampa e i giornalisti che promuovono inchieste, come i cittadini (compresa la scrivente) sono spesso non tutelati e vissuti come un fastidio. La crisi del settore giornalistico richiede un approccio di sistema, con un confronto serio tra politica, giornalisti, editori.

Perché uno dei cardini del sistema del cuculo è proprio il silenzio e l’omertà: che non si parli di ciò che risulta scomodo e scardinante. Il cuculo non vuole essere sorpreso mentre butta giù dal nido la legittima prole altrui, mettendo impostori. Agisce silente. Dunque nulla lo disturba di più dell’ampia divulgazione e trasparenza, che è premessa indispensabile per generare la consapevolezza dei problemi per poi sanarli.

Non occorre sorprendersi dunque del fatto che le politiche attive, tanto declamate nel nostro Paese, con una buona dose di ipocrisia, di fatto da oltre 20 anni non siano state attuate. Nonostante miliardi stanziati, in buona parte drenati obbligatoriamente dall’INPS dagli stipendi dei dipendenti tutti i mesi (Legge 388 2000), da nessuno di fatto controllati.

Il sospetto è che il perseverare nel mantenere non separate le 4 gestioni dell’Istituto (previdenza, assistenza, formazione, disoccupazione), serva ai Governi per utilizzare risorse di bacini contigui, tenuto conto delle priorità elettorali del momento, quindi illegittimamente.

Dal 2014, ad esempio, si applicano prelievi forzosi sui Fondi Interprofessionali per la formazione (120 milioni di euro su un miliardo, quindi il 12%), per alimentare la CIG, che ha già sue specifiche risorse. Depredando le risorse di aziende e i propri dipendenti, che poi non possono destinarle alla propria formazione professionale.

Ad oggi il decreto annunciato dal Governo a dicembre 2021 per eliminare il prelievo, contestato, non è stato emanato. A inizio agosto però è stato pubblicato un provvedimento che destina 120 milioni alle Regioni, per la formazione dei ragazzi (non alle aziende che riversano questo denaro per i propri dipendenti). Si auspica che non si sia, ancora una volta, in forma diversa, commessa una illegittimità.

Come cambiare allora paradigma? Iniziando a rendere trasparenti i flussi delle 4 gestioni INPS per ogni singolo micro capitolo, come oggi ad esempio non è. I dati della procedura Fondi Reports, ad esempio, continuano ad essere inaccessibili alle imprese, che non sanno quanto abbiano versato all’Istituto per la formazione. Devono chiederlo ai Fondi, concessionari privati, ancora fuori controllo contabile.

Occorre quindi dare poteri di effettivo controllo della Corte dei Conti su ANPAL, con un apposito decreto che istituisca anche Uffici decentrati sul territorio per il controllo e il monitoraggio di tutti i flussi relativi a formazione e lavoro (delle Regioni, come dei Fondi).

Emanando decreti e non più circolari ministeriali di riordino (senza forza di Legge, che possono essere ignorate in sede giudiziale, se non richiamano norme cogenti), designando un arbitro con poteri concreti e rendendo non necessario il ricorso giudiziale, dagli esiti imprevedibili, dato il carico di pratiche di Procure e Tribunali, non specializzati poi.

Soprattutto dotando ANPAL di congrue risorse e autonomia concreta. Come spiegherò dopo, allegando anche documenti utili, l’Agenzia è nata nel 2014, come l’ANAC, a seguito di input UE, di fatto ancora disattese.

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Nel 2014 la Commissione Europea, competente su politiche attive e passive, come per gli appalti, aveva inviato un documento a Palazzo Chigi dove giudicava i nostri dirigenti e i documenti prodotti “lontani dalla maturità richiesta” e segnalava la necessità di personale competente e adeguato per le Autorità di gestione e degli “organismi intermedi”. Gli organismi intermedi sono quelli a cui vengono affidate le risorse per attuare i progetti, ossia sindacati di categoria, amministratori regionali, enti bilaterali ecc.

Aggiungeva “Dovrà essere prevista una procedura di verifica. Qualora la verifica fosse negativa, si dovrà prevedere un piano di miglioramento oppure l’autorità preposta dovrà essere sostituita”. Il cambio di paradigma dovrà quindi passare anche attraverso queste misure estreme, se necessarie, considerato il PNRR in arrivo.

La Commissione UE, con la nota 646165 – 10/03/2014 aveva poi fornito suggerimenti per apportare miglioramenti strutturali al sistema italiano (caratterizzato da decrescita del PIL, limitata capacità di innovazione, diminuzione della produttività) e del mercato del lavoro (rigidità, mancato allineamento delle competenze dei lavoratori alle esigenze del mercato del lavoro, scarsa partecipazione femminile e dei gruppi vulnerabili).

In particolare aveva evidenziato, in riferimento all’articolo 13 del regolamento UE 1303/ 2013, la necessità di un rafforzamento nella struttura centrale del Paese di audit e controllo, la disponibilità di personale sufficiente e qualificato, con un adeguato sistema informativo, sistemi per garantire la trasparenza, oltre a politiche per ridurre la povertà (con politiche passive, ossia sussidi, ma anche attive, ossia formazione).

La creazione dell’ANAC e dell’ANPAL sono state una risposta anche a questi input, di fatto però disattesi nella implementazione pratica. Entrambe le agenzie non sono state dotate delle risorse, umane e finanziare, ma soprattutto dei poteri, per operare con efficienza e concretamente.

Soprattutto non sono stati mai emanati decreti attuativi, per indicare come e con quali risorse (umane e finanziarie) raggiungere gli obiettivi. Decreti da elaborare non partendo da bisogni teorici, ma ascoltando l’utenza e gli operatori finali, imprese, enti di formazione, dipendenti di ministeri ed enti connessi. Mai nessuno ha attuato questo ascolto diretto, per un progetto olistico, che partisse dal basso, per poi organizzare un cambiamento di paradigma reale, con la collaborazione di chi conosce concretamente i mercati e le prassi.

Non resta che confidare dunque che un grande progetto di matrice europea, imponga welfare e formazione finalmente degne di un Paese evoluto, con altri attori esecutori. Controllando in primis chi “la prole” è chiamato a selezionare e formare, nella PA ma soprattutto nelle grandi aziende, con una seria verifica di conflitti di interesse e malaffare.

Per evitare di reiterare un modello, con tattiche da nido del cuculo, che ha condannato al declino la classe dirigente del nostro sud cento anni fa (e non a caso emigrazioni di massa), ed ora reitera altrove, silente, questo schema, nella inconsapevolezza di tanti. Soprattutto di buona parte della nostra classe dirigente ancora sana.

 

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