Reggio Emilia Approach: istruzione e rete battono Crono

Reggio Emilia Approach

 

“Non nel subire ma nell’agire si trovano il male e il bene dell’essere dotato di ragione” Marco Aurelio, Pensieri, IX, 16.

 

In Italia, in un distretto, quello di Reggio Emilia, c’è un particolare fermento innovativo e imprenditoriale che solo marginalmente ha risentito delle problematiche della globalizzazione, restando immune dalla involuzione (economica ma anche sociale) di altre regioni italiane.

Quali possono essere le motivazioni? Risiedono certo in un modello culturale improntato al fare, ma soprattutto al cooperare. Sistema che ha radici storiche centenarie nella lotta di emancipazione dal giogo della signoria fondiaria. Ma, andando ancor più lontano, anche nei costumi paritari della civiltà etrusca, anche nei confronti delle donne, istruite e partecipi.

Un latifondo, quello del nord Italia, ma in particolare in Emilia, più evoluto di quello del sud, perché basato su accordi associativi come la mezzadria (il raccolto era diviso a metà dal padrone con il suo mezzadro) e sul Iure Longobardorum, secondo il quale il feudo non era considerato una unità indivisibile. Veniva trasmesso non solo al primogenito, cui spettava però in esclusiva il titolo, ma a tutti gli eredi maschi del feudatario. Di conseguenza, suddiviso in quote, il latifondo spesso spariva nel giro di qualche generazione ma senza determinare però uno svantaggio per il sistema. Le piccole proprietà erano infatti incentivate a produrre il massimo, a cooperare “fraternamente” e a innovare.

Al Sud, invece, l’istituto era regolato dallo Iure Francorum, che considerava il feudo indivisibile e trasmissibile solo al primogenito e solo “intero”. Ciò non consentiva migliori e più razionali metodi di coltura, dato che il bracciante era di fatto sfruttato e in alcun modo incentivato a cooperare per migliori risultati.

Si tratta di un aspetto storico culturale importante, fondamentale a spiegare perché la lotta del lavoro e contro la rendita parassitaria sia l’elemento costitutivo del “modello emiliano” esportato poi in altri contesti: la rendita fondiaria urbana, la rendita speculativa, la rendita finanziaria, la rendita monopolistica.

Modello culturale, politico e amministrativo caratterizzato da un forte tessuto associativo e capacità organizzative, anche con forme avanzate di welfare sociali. Un modello che ha reso possibile l’ascolto e risposte concrete sul territorio tramite persone competenti, che hanno generato consenso sociale.

La società emiliana è ancora oggi ricca come nessun’altra di classi dirigenti. Sebbene la funzione collante della politica locale di fatto sia scemata, l’imprinting culturale continua a incoraggiare sinergie tra mondi diversi (università, aziende, collettività), in costante dialogo.

Il “modello emiliano” è un modello a rete, non in forma verticistica e gerarchica, come avviene nelle grandi imprese, ma in networking, che si potrebbe definire empatico e paritario. Meglio di altri, dunque, può flessibilmente adattarsi ai cambiamenti economici in corso 5.0.

Questo modello si è quindi solo in parte appannato, pur operando all’interno di un macrosistema Paese che dall’inizio degli anni ’90 ha teorizzato l’inutilità degli investimenti in cultura (intesa come formazione, istruzione ecc.) a svantaggio in primis della generazione X.

Mentre il mercato televisivo, editoriale, giornalistico, si avviava ad essere caratterizzato da un sostanziale monopolio, con la creazione in parallelo di un modello politico basato paradossalmente proprio sulla proprietà di strumenti culturali, che sul consenso agiscono.

Questo fenomeno, ancora in corso, può essere paragonato, per gravità, a quel che accadde dopo l’Unità d’Italia, quando venne rimossa la visione societaria del latifondo a compartecipazione tra proprietario e mezzadro, introducendo il ruolo di semplice locatario. Non vennero così più fatti investimenti dai latifondisti (interessati solo alla locazione) e neppure da chi la terra coltivava, lasciato in balia di raccolti infausti e di miseria. La logica totalmente parassitaria di una certa aristocrazia terriera del sud, prevalse sull’interesse di tanti. A partire dalla fine dell’800 e dagli inizi del ‘900, si creò un sodalizio tra queste élite (tese a mantenere i propri privilegi ad ogni costo, anche con l’intimidazione) e il malaffare locale. Determinando così la creazione della Mafia come sistema organizzato e strutturale, come ben spiega Gratteri in molti dei suoi libri, basati su documenti dell’epoca. Questo accadde a scapito di tutti, dei braccianti, come dei rami cadetti e della borghesia produttiva e intellettuale locale, asservita o emigrante all’estero.

L’impoverimento delle masse, l’assenza di una élite competente, la rabbia sociale, acuitesi dopo la prima guerra mondiale e la spagnola, prepararono poi negli anni ’20 l’ascesa del fascismo.

Un parallelismo sconcertante con ciò che sta accadendo all’Italia oggi e alla sua incapacità, nonostante le grandi potenzialità, di avere congrue rappresentanze dirigenziali in UE, con un’economia in regressione da oltre 20 anni, soffocata dal malaffare.

Anche a Nord, come già avvenuto al Sud, si sta verificando un’occupazione sistematica silente di Cosa Nuova nella classe dirigente, non solo della PA, ma nel tessuto imprenditoriale, bancario, professionale. Silente perché attuata non con la violenza, che allarma e annienta il consenso, suscitando reazioni nella massa, ma con l’intimidazione e la corruzione silenziosa, grazie ad un’enorme massa di denaro proveniente dal traffico della cocaina. Risorse che possono essere utilizzate in qualunque comparto, monopolizzandolo e poi escludendo chiunque non accetti logiche di vassallaggio, inaccettabili per i più bravi e competenti. Che infatti emigrano o si spengono, depauperando il sistema italiano e contribuendo alla sua involuzione.

Dunque, che fare per cambiare e migliorare la situazione davanti a fenomeni così imponenti, in corso da almeno 50 anni anche al Nord e sottovalutati incredibilmente da tanti?

La soluzione, secondo Gratteri, risiede in primis nell’istruzione e nella capacità di sviluppare ascolto sul territorio con risposte veloci e utili che creino consenso. Soprattutto non lasciando alle Mafie un welfare di prossimità, clientelare.

Questo non può prescindere anche da tutele concrete e celeri per chi denuncia reati contro la PA, oggi di fatto assenti, per assenza di decreti attuativi o direttive non recepite, ad esempio la Legge 179 2017 o la direttiva UE 1937 2019 (scaduta il 17 dicembre 2021).

L’istruzione è per Gratteri un aspetto essenziale e prioritario per l’evoluzione del sistema. Intesa non solo come cultura, ma trasmissione di competenze pratiche che rendano competitivi.

Occorrerebbe quindi non solo un welfare controllato centralmente, con un ammortizzatore finalmente universale, ma formazione di qualità, che serva davvero e supporti istituzionali per trovare lavoro.

Il mercato formativo dunque deve essere reso davvero concorrenziale e non appannaggio di pochi in trust (lo sfruttamento intellettuale è un atto di infinita miopia, destinato ad esaurirsi nel medio lungo – termine). La sua offerta dovrebbe essere costruita sulle esigenze delle imprese, interpellandole direttamente e non tramite le consuete rappresentanze, spesso in conflitto di interesse.

Andrebbe anche cambiato il sistema di finanziamento, da regolare e controllare centralmente, omogeneizzando le procedure locali sul territorio il più possibile, come ad oggi non è. Come già documentato nei precedenti post, la Corte dei Conti non controlla ANPAL e le sue risorse, per assenza di decreti attuativi e il Ministero del Lavoro si limita a indirizzi politici e flebili vigilanze. Non ha poteri per fare altro, che andrebbero demandati ad una regia e un cruscotto superiori.

Casuale che il nostro welfare sia così arretrato e frammentato? Che le politiche attive disegnate con la Legge 388 del 2000 e dal Job Act non siano di fatto mai decollate e ancora non ci sia un ammortizzatore universale per tutti i lavoratori? Che in Italia tante risorse non si spendano perché in loco non ci sono professionalità congrue per gestirle (che esigono compensi e tutele adeguate, ovviamente, per non migrare altrove?).

Per cambiare le dinamiche di sviluppo, potrebbe essere indispensabile un dirompente e coraggioso rinnovo normativo e concorrenziale, ma anche l’adozione di modelli già collaudati con successo nel nostro Paese, peraltro oggetto di studio e curiosità anche all’estero da parte di tanti.

Il modello Reggio Emilia, con un networking solidale, aperto e reciproco potrebbe “fare scuola” partendo, perché no, anche dall’istruzione dei più piccoli.

Quello che sta accadendo in quel distretto è anche frutto di un sistema educativo e particolare che, dagli anni 70’, ha prodotto bambini e poi adulti innovatori, creativi ma soprattutto cooperanti. Ossia il “Reggio Children”, il sistema formativo ideato da Loris Malaguzzi, ormai considerato una eccellenza educativa nel mondo.

Malaguzzi (deceduto nel ’94) aveva già 50 anni fa fatta sua la concezione stoica che “Niente è senza gioia”. Frase riportata in tutti i suoi nidi e asili di Reggio Emilia. Ideando così un metodo educativo capace di stimolare gioiosamente la creatività nei bambini, ma anche il senso di responsabilità e cooperazione, con percorsi di apprendimento auto costruttivo, per lo sviluppo di un sapere interdisciplinare, empirico e non astrattamente nozionistico.

Con progetti da realizzare in cui l’osservazione diretta, la sperimentazione e la manualità (con atelier e laboratori) assumono un ruolo importante. Un apprendimento volto a fornire non tanto conoscenze ma soprattutto condizioni di apprendimento. Con educatori non gerarchici, ma che alla pari ascoltano il bambino fornendo costanti stimoli.

Un metodo per sviluppare capacità intellettive e problem solving avvalendosi dell’apporto del gruppo, superando la competitività a favore della solidarietà. Sviluppando quindi anche capacità relazionali ed emotive che il bambino porterà con sé come dote empatica anche da adulto, nel contesto relazionale e professionale.

Per Goleman, che il Reggio Children ha studiato, l’individuo intelligente emotivamente per essere capace di risolvere un problema o ideare qualcosa di nuovo ed apprezzabile in un determinato campo, deve essere educato a sfruttare tutte le sue forme di intelligenze (oltre quella creativa, quella logico matematica, linguistica, spaziale, musicale, cinestetica – motoria, interpersonale, intrapersonale). A questo mira il metodo di Malaguzzi, che ha prodotto risultati visibili ora nelle generazioni dei bambini nati dalla fine degli anni ’60, la generazione X in primis. L’idea, l’innovazione, non sono frutto di improvvisazione ma di processi e fasi che possono richiedere cura e supporti per anni.

Lo spirito creativo ha quindi un linguaggio universale: gioia, responsabilità, passione, ascolto, confronto, le cui condizioni vanno preservate con politiche economiche, sociali e culturali mirate, con piani pluriennali. Quindi supportando meritocraticamente le potenzialità istruendo congruamente, tutelando i più deboli, eliminando sistemi servili che derivano da miopi e arcaici monopoli, destinati ad uccidere questo spirito e fagocitarlo, a svantaggio del sistema Paese, ossia di tutti.

 

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Questo articolo ha 6 commenti

  1. Italia d'Orsi

    Analisi appassionata e puntuale sia a livello storico sia propositiva

    1. Patrizia Del Prete

      Grazie Italia, mi fa piacere offrire spunti e stimolare. I cambiamenti partono in primis da condivisioni di idee utili (spero). Importante conoscere il passato per capire il nostro presente e disegnare il futuro.

  2. Alberto Sposini

    I tuoi commenti sono molto interessanti e appropriati. Complimenti!

    1. Patrizia Del Prete

      Grazie Alberto. Quel che mi interessa è destare la consapevolezza che ci sono modelli virtuosi che dimostrano che migliorare si può, a beneficio di tutti. Ma anche che la storia non va dimenticata. Il passato insegna come ben indirizzare il futuro, ma occorre conoscerlo.

  3. marcygrany@gmail.com

    Grazie Patrizia, grazie ancora per il tuo impegno e per la tua competenza.
    Le tue analisi, i tuoi articoli, fotografano ogni volta in modo chiaro ed esaustivo la tremenda situazione del nostro Paese.

    1. Cerco di informare in primis su situazioni che non a tutti sono note, ma soprattutto di fornire soluzioni. Le analisi servono a poco, per quanto utili, se non si delineano le strade per migliorare. Grazie per le osservazioni.

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