Formazione senza arbitro (e tutele): urgono poteri concreti per la Corte dei Conti

Nell’intervista radio qui riproposta (di 9 minuti) trovate una breve presentazione di Consophia e della sua visione della formazione, ma anche degli interventi istituzionali necessari per favorire un riordino del comparto finanziato, fuori controllo.

Oggi la formazione per essere davvero utile, date le crescenti complessità e urgenze dei mercati, andrebbe progettata come un continuum sartoriale, che contempli anche il coaching e la consulenza, spesso necessarie per l’immissione in corsa di know how.

Servizi erogabili però da soggetti con esperienza concrete di mercato (manageriali e/o imprenditoriali). Competenze che i Business Angel dei Private Equity ad esempio hanno.

Occorre anche una progettazione con cognizione delle competenze trasversali necessarie per rendere un progetto formativo davvero utile. Quindi progettisti senior parimenti trasversali.

Da qui il fenomeno crescente delle accademie autonome, attivate dalle imprese, che si affiancano all’offerta classica delle business school. Accademie la cui nascita andrebbe supportata istituzionalmente con nuovi strumenti, anche finanziari.

Nell’intervista torno a sottolineare anche la necessità di un intervento istituzionale di riordino del comparto finanziato (Legge 388 del 2000), attinente i Fondi Interprofessionali e Regioni. Un problema ventennale.

Ad oggi la Corte dei Conti infatti ancora nulla controlla, per assenza di decreti attuativi. Soprattutto continuano a mancare arbitri istituzionali per interventi celeri e poteri concreti in caso di dialettiche. Il ricorso giudiziale ha costi e tempi anticoncorrenziali per imprese ed enti formativi.

Ad oggi la formazione finanziata resta appannaggio di Regioni e Fondi Interprofessionali, con risorse sempre più esigue, che però sono drenate dagli stipendi ininterrottamente da 20 anni.

Il Fondo Nuove Competenze di ANPAL, istituito due anni fa, non può essere considerato uno strumento alternativo, per come è strutturato. Permette solo di pagare il costo del personale dipendente in aula (e non i formatori esterni) e sempre con i consueti avalli sindacali e lo strumento aleatorio dei bandi.

Il Ministero del Lavoro non controlla i flussi dei finanziamenti, è bene sottolinearlo, da 20 anni. Si limita ad azioni di flebile vigilanza, essendo privo di strumenti e poteri congrui.

Poteri di controllo effettivo di cui è priva anche ANPAL, sua creatura, commissariata poi da giugno 2021.

Il problema dei mancati controlli attiene non solo il bacino della formazione finanziata, ma di tutte le risorse drenate dagli stipendi di dipendenti, anche per la disoccupazione, sempre per la Legge 388 del 2000.

La formazione finanziata, è bene ricordarlo, esiste per previsioni normative in tutta la UE, non è un orpello ma è considerata una necessità per assicurare crescita al sistema. Comunque drenare obbligatoriamente risorse dei dipendenti e poi non usarle significa non rispettare previsioni europee, attuare una tassazione occulta e creare un danno al Paese.

Non possono poi essere considerate congrue prassi di devoluzione di queste risorse ad altri capitoli o al bacino dei disoccupati. Infatti la Legge 388 del 2000 ha istituito, tramite l’INPS, un prelievo dello 0,30% dagli stipendi per la formazione e un altro 1,31% per la disoccupazione (destinato alle Regioni). Bacini ben distinti e che non devono fagocitarsi a vicenda.

Delegare alle Procure compiti di intervento, concorrenziale e anticorruzione, ex post, senza un riordino normativo e decreti attuativi non è congruo. Come non lo è assicurare tutele concrete a chi denuncia, previste dalla Legge 179 2017 e la circolare UE 1937 2019, relative a reati contro la PA, concorrenza e codice degli appalti. Circolare non recepita il 17 dicembre 2021: siamo dunque in infrazione.

Come intervenire dunque sul sistema della formazione finanziata, date le risorse da convogliare opportunamente anche per il riposizionamento del sistema Paese?

In primis “ascoltando” direttamente il mercato, al di fuori di rappresentanze in conflitto di interesse, con strumenti anche anonimi, tipici del marketing sociale.

Facendo si poi che chi denuncia possa farlo con il supporto di Avvocati di Stato e di magistrature specializzate, con supporti che garantiscano tutele immediate e anche feedback sugli esiti.

Ma anche favorendo la nascita di nuove associazioni indipendenti, non legate a soggetti in conflitto di interesse. Associazioni che supportino concretamente chi denuncia e non solo il tema “pubblico”, di cui il denunciante è comunque parte imprescindibile.

L’aggregazione strutturata di interessi legittimi è la chiave per la crescita culturale, in tutti i sensi, e la creazione di sano consenso.

 

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