Politiche attive, fichi secchi e Italia dei Comuni

Politiche attive, fichi secchi e Italia dei Comuni

È di questi giorni la proposta di Fondimpresa (il Fondo per la formazione di Confindustria) di coinvolgere i Fondi Interprofessionali nella formazione dei disoccupati, utilizzando il prelievo forzoso subito dal sistema dal 2014 per il finanziamento della CIG.

Sebbene i Fondi siano nati, come lo stesso presidente Aurelio Regina ricorda, per formare gli occupati delle imprese.

Infatti la Legge 388 del 2000, istitutiva dei Fondi (soggetti privati) prevedeva un trattenuto sugli stipendi dei dipendenti dello 0,30% per la formazione solo dei suddetti. Denaro drenato mensilmente dall’INPS con l’Uniemens dei contributi, che le imprese però possono utilizzare solo iscrivendosi ad un Fondo e presentando progetti.

Piani presentati con due modalità: o partecipando a bandi o attingendo a propri conti privatistici, con il supporto progettuale ed operativo di enti formativi. Migliaia sul territorio, dato che i Fondi sono strutture leggere, con attività prevalentemente amministrative.

La proposta di Fondimpresa non risolve il problema delle politiche attive per i disoccupati, che richiedono non milioni ma decine di miliardi, come in Francia e Germania. Mostra poi dei pericoli nella sua concreta attuazione, qualora non si normasse al fine di evitare arbitrarietà e storture concorrenziali, già verificatisi con l’istituzione del prelievo per la CIG nel 2014.

Attuato dopo il decreto del maggio 2013 (governo Letta) non è stato mai normato, come necessario, per indicare all’INPS le modalità con cui agire sui Fondi. Dal 2014 quindi sono stati prelevati 120 milioni di euro su circa un miliardo di drenato (12-15%) senza alcuna indicazione attuativa, generando arbitrarietà a danno di imprese ed enti di formazione.

Come da risposta ministeriale pervenutami nel 2014, per verifiche relative ai prelievi annunciati ai clienti di Consophia (ben il 50% rispetto il 12-15% effettuato a monte dall’INPS sui Fondi), il Ministero del Lavoro rinviava all’Istituto per chiarimenti. L’INPS interpellata dichiarava di aver effettuato prelievi in proporzione del fatturato dei Fondi per assenza di indicazioni normative ed operative chiare.

Proporzionalità rispettata dall’Istituto. Infatti Fondimpresa, che gestisce circa 400 milioni di euro (circa la metà degli 800 milioni del mercato: 200 miliardi di drenato restano all’INPS per aziende non iscritte ad alcun Fondo) ha subito annualmente un prelievo di 60 milioni sui 120 complessivamente prelevati al sistema.

Parimenti le rivalse sulle imprese non sono state normate, generando arbitrarietà e prelievi anche su conti privati. Con danni anche per il fatturato degli enti formativi delegati dalle aziende, privati di risorse.

La mattanza degli enti formativi negli ultimi anni poi è stata accentuata da bandi regionali sempre più esangui e complessi, mentre invece proliferavano iniziative regionali per la ricollocazione dei disoccupati. Il vero business degli ultimi 10 anni, appannaggio però di un ristretto sottoinsieme di agenzie private ed enti accreditati per il lavoro. I più grandi.

Questi problemi non sono rapportabili però in toto alla gestione di ANPAL, nata nel 2015. Sono ventennali ed attengono lacune normative, attuative, interpretative, per la formazione, disoccupazione, ammortizzatori che permangono, con la costante assenza di un arbitro con concreti poteri di controllo e sanzionatori.

Un sistema, quello della formazione e disoccupazione, che richiederebbe immediatamente un libro bianco di riordino, e controlli sui flussi, demandati direttamente alla Corte dei Conti, ma con decreti attuativi chiari. Il problema non è solo amministrativo, ma anche concorrenziale, dati poi gli evidenti conflitti di interesse che connotano il sistema.

Occorrerebbe dunque una task force governativa, trasversale, che si interfacci, per capire come il sistema realmente funzioni, al di là della matrix giuridica, direttamente con gli operatori del mercato (imprese ed enti). Quindi non solo per il tramite di sindacati e associazioni datoriali. Un apporto prezioso potrebbe venire anche dall’Antitrust, che opera per analisi di casi concreti.

La Corte dei Conti finora non ha mai avuto presidio diretto sull’ANPAL, tantomeno sui Fondi che ad essa riportano, per assenza di decreti attuativi (come dimostrato da risposte istituzionali, allegate ai post dei mesi scorsi).

La circolare ANPAL 1 di aprile 2018, che aveva cercato di riformare il settore recependo il Parere Antitrust ottenuto faticosamente da Consophia nel 2016 (visionabile qui) è ad oggi solo parzialmente rispettata, come segnalato tempo fa anche da Transparency.

Risulta dunque importante, prima di ampliare i potenziali servizi resi dai Fondi, come proposto da Fondimpresa, procedere con un decreto di riordino del sistema. Che dia forza di legge e piena attuazione alla circolare ANPAL 1 2018, ma soprattutto ne ampli le previsioni, imponendo rendicontazioni sui flussi alla Corte dei Conti, contratti tutelanti per gli enti partner dei Fondi (come già prevede il codice degli appalti), una contrattualistica trasparente per le iscrizioni delle imprese ai Fondi, rendendo obbligatoria la firma del legale rappresentante (oggi basta un codice inserito nell’Uniemens dal consulente del lavoro o un dipendente dell’azienda).

Chiedere al Governo comunque di impiegare risorse prese dagli stipendi dei dipendenti per formare i disoccupati, non deve andare a discapito di aziende cui interessa prioritariamente formare i propri dipendenti.

Ad oggi le risorse per i dipendenti (meno di un miliardo di euro a fronte di decine di miliardi in UK e Francia) sono appena sufficienti a garantire la copertura della formazione obbligatoria (sicurezza, primo soccorso ecc.), lasciando non oltre il 10-20% delle risorse maturate ad altri tipi di formazione di concreto supporto allo sviluppo. Se il prelievo del 15% permanesse strutturalmente, si condannerebbe ad altri danni il mercato della formazione degli occupati delle imprese, che è palese non sia difeso da nessuno.

Lo riprova come, con attività in presenza vietate per decreto da febbraio 2020, gli enti formativi non siano stati compresi neppure tra i codici Ateco per i ristori (a parte quelli di alta formazione, un ristretto gruppo) e continuino a non avere un contratto nazionale di riferimento, a riprova dell’oscuramento del ruolo istituzionale che rivestono, essendo i soggetti attuatori dei piani.

La Legge 388 del 2000 destina alle Regioni l’1,31% per i disoccupati, quindi non si comprende come mai le proposte rivolte al Governo, non mirino invece ad un più virtuoso utilizzo dei circa 4,5 miliardi attinenti proprio tale bacino di risorse. Risorse regionali su cui il Ministero del Lavoro non esercita controlli, ma solo blande vigilanze. Risorse che la Corte dei Conti dovrebbe quindi poter controllare direttamente.

Un problema antecedente alla nascita dell’ANPAL, e che andrebbe risolto una volta per tutte designando un arbitro che non “vigili ma controlli”, ascolti direttamente il mercato (il Ministero del Lavoro e l’ANPAL hanno ora stringenti vincoli istituzionali, da eliminare) e fornisca tutele concrete a celeri a tutti gli attori del mercato, senza rinvii giudiziali e dando concreta applicazione alla Legge 179 del 2017.

Essenziale in primis creare trasparenza di flussi da e verso l’INPS. L’accesso diretto ai dati di drenato dell’INPS della Legge 388 continua a non essere concesso alle imprese. Si tratta di flussi non ricostruibili ex post (perché aggregati ad altro). L’accesso alla procedura Fondi Report, come da lettera ministeriale allegata prima, è permessa solo ai Fondi, come denunciato da numerose interrogazioni parlamentari (Rizzetto, Catalano) fin dal 2014.

Dunque quel che è strano è che nessuna associazione del settore formazione o datoriale finora abbia reclamato a nome delle imprese per questo generale stato di cose. Mentre per le singole imprese le motivazioni sono più facilmente intuibili. Vedono il sistema, fortemente sindacalizzato e legato all’INPS, come complesso e una possibile fonte di grandi problemi in caso di reclami, a fronte di flussi di cui neppure riescono a valutare l’entità. Si sentono inermi, anche se grandi, come gli enti formativi, normalmente microimprese.

Dunque spetta al Governo, capite le dinamiche, provvedere con un decreto di riordino e tutela congruo. Auspicabile che elimini il prelievo forzoso del 15% sui Fondi (che è poi in realtà sulle magre risorse per la formazione dei dipendenti delle imprese) e trovi risorse per la CIG e le politiche attive in bacini alternativi e più coerenti.

Sarebbe utile poi che, qualora le Regioni non fossero in grado di spendere le risorse per le politiche attive, di propria competenza, con tempi e modalità congrue, ci sia la possibilità di destinarle ai Comuni che dimostrino reale efficienza operativa e virtuoso utilizzo, data poi la capillare conoscenza del territorio e dei suoi bisogni.

Un nuovo ruolo dei Comuni (che si ipotizza da anni anche per altre tipologie di risorse UE), potrebbe stimolare anche la nascita di un nuovo mercato della formazione, più competitivo e dinamico.

Un’Italia dei Comuni che, con sane dialettiche, ha già saputo creare sviluppo e per un’intera nazione, passata dal Medioevo e i suoi vassallaggi al fermento culturale dell’epoca moderna, che per realizzarsi sottende sempre libertà, merito e reale competizione. Un anelito forse ora sopito, ma mai spento.

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