Accademie di formazione in crescita a dispetto di vassalli, valvassori e valvassini

Accademie di formazione in crescita a dispetto di vassalli, valvassori e valvassini

Dall’inizio degli anni 90 si è assistito ad un progressivo deterioramento qualitativo della formazione finanziata (gestita prevalentemente dalle Regioni e dai Fondi Interprofessionali). Ma anche ad una costante diminuzione delle risorse destinate a corsi per i dipendenti delle imprese, a favore invece dei disoccupati.

Mentre, da circa due anni, proliferano le Accademie, appannaggio prevalentemente delle grandi imprese. Realtà di eccellenza, rivolte però ai propri dipendenti, raramente aperte sul territorio a soggetti “deboli”, come le PMI delle filiere, che invece sempre meno corsi effettuano.

Come mai questo trend?

Cercherò di spiegarlo nei paragrafi successivi, illustrando le lacune normative ma anche le innovazioni e i fatti che hanno generato questa situazione dicotomica.

Situazione che necessita sempre più di professionisti di qualità, quali enti di formazione (microimprese consulenziali, non meri procacciatori o progettisti), con il know how per ascoltare sul territorio le aziende, comprendere le necessità e favorire le aggregazioni di bisogni omogenei. Aggregazioni finalizzate anche ad economie di scala e immissione di innovazione, altrimenti impossibili per le PMI. Come nella mission di Consophia, società da me fondata nel 2009 per utilizzare lo strumento dei conti privatistici aggregati di alcuni Fondi Interprofessionali, dal quantum e tempistiche certe rispetto ai bandi, imprevedibili.

Enti di qualità, ma sempre più sparuti, che andrebbero tutelati istituzionalmente e contrattualmente, come ad oggi non accade, per essere sottratti a sistemi di vassallaggio diffuso, dannosi per il sistema formativo ma soprattutto il Paese.

Rilevo che molte delle Accademie di recente istituzione, data la penuria di risorse che si rileva da un decennio, hanno sfruttato, per decollare, i bandi del Fondo Nuove Competenze ANPAL, introdotto nel 2020 (che però non finanzia i formatori, ma rimborsa solo il costo dei lavoratori in aula). Oltre le risorse concesse dal MISE per l’innovazione e la digitalizzazione con il credito di imposta. Strumenti però raramente utilizzati dalle PMI, per il permanere di complessità burocratiche e avalli sindacali, cui non sono avvezze.

Questa situazione dicotomica, è bene ricordarlo, dipende non solo dalla normazione, ma anche dall’incapacità culturale delle PMI, ma anche degli enti di formazione (migliaia sul territorio), di fare gruppo ed esigere strumenti adeguati anche per le piccole aziende.

A parte le innovazioni di ANPAL con il FNC e del MISE 4.0, quindi tutto è rimasto sostanzialmente immutato negli ultimi 20 anni, sebbene il mercato del lavoro sia profondamente mutato, con esigenze e obblighi nuovi.

Ricordo che ad oggi l’INPS continua ad effettuare una trattenuta dagli stipendi dei dipendenti per la formazione, introdotta nel 2000 con la Legge 388. La trattenuta dello 0,30% (circa un miliardo di euro) è obbligatoria ed è girata ai Fondi Interprofessionali, associazioni private, datoriali e sindacali, cui le aziende devono iscriversi per presentare progetti, a cura normalmente di enti di formazione. Per la disoccupazione la Legge 388 prevede un’altra trattenuta, dell’1,31% (oltre 4 miliardi di euro), girata alle Regioni. Due bacini spesso “confusi” e non intercambiabili senza commettere illegittimità.

La formazione, è bene sottolinearlo, è finanziata con strumenti simili, ma non identici, in tutti i paesi EU, rispondendo ad un disegno quadro comune, che va rispettato. Viene considerata un’attività “strategica” per la crescita del sistema e delle imprese, quindi da sostenere con aiuti pubblici. Esattamente come la sanità.

Considerate le pecche del sistema regionale italiano, che da decenni funge da imbuto per numerose iniziative di cui le imprese poi non beneficiano per vari motivi (in primis la complessità burocratica, ingestibile per le più piccole), nel 2000 era stato istituito appunto il sistema dei Fondi Interprofessionali. Concessionari privati a cui oggi sono iscritti ormai circa due terzi delle imprese italiane e che in 20 anni hanno “prosciugato” il bacino di risorse girate dall’INPS alle Regioni (lo 0,30% trattenuto alle aziende non iscritte ad alcun Fondo), per i bandi regionali (come la notoria L 236).

A distanza di 20 anni dalla istituzione dei Fondi Paritetici, come già ampiamente documentato anche nei post precedenti e dall’inserto Millennium del quotidiano Il fatto di giugno 2019, permangono però assenze di controlli e arbitri, non solo per i Fondi ma per tutta la bilateralità. La Corte dei Conti nulla presidia, per mancanza di decreti attuativi. Una situazione surreale.

Dopo anni di denunce a cura della scrivente a varie Autorità (come documentato nel Blog attivo su www.consophia.it), con danni e ritorsioni continue, è stato tuttavia preannunciato un decreto di riordino a dicembre 2021, con un emendamento che dovrebbe abolire definitivamente il prelievo forzoso sui Fondi, introdotto con una Legge del 2014, che molto ha contribuito a prosciugare le risorse, già esigue, per le esigenze delle imprese.

Prelievo di circa 120 milioni su un miliardo di riversato, effettuato sulle risorse dei dipendenti delle imprese per alimentare la cassaintegrazione (altrui), quindi illegittimo, anche perché mai normato nelle modalità e quantum di rivalsa a valle sulle imprese (non dovrebbe mai valere la media dei polli). Così come mai è stato designato un arbitro celere, per soccorsi e tutele in caso di dialettiche (per enti di formazione e imprese) con i Fondi.

Le Autorità rimandano alla magistratura, ma con Leggi e Direttive UE ignorate. Mancano decreti attuativi per Leggi come la 179 del 2017 e la direttiva 1937 del 2019, a tutela di chi denuncia reati contro la PA (ma anche concorrenziali e codice degli appalti). Siamo dunque in infrazione.

La notizia dell’abolizione del prelievo forzoso, che danni notevoli ha generato per le imprese e il fatturato degli enti loro consulenti, riportata da Il Sole del 14 aprile 2022, ottima, non fornisce però dettagli sul come si procederà e chi sarà l’arbitro. Aspetto fondamentale, dato che si paventano anche restituzioni per il 2022 e 2023. In assenza di chiarimenti, si potrebbero generare dialettiche, non gestibili per via giudiziale senza danni economici e concorrenziali ingenti. Non solo per le imprese ma anche per gli enti formativi che le assistono. Enti che non dispongono più neppure delle risorse regionali per la formazione di 20 anni fa. Mentre la normazione del settore appare sempre più complessa, con competenze non chiare, spesso rimessa non a decreti, ma a circolari del Ministero del Lavoro e ANPAL, prive di forza di legge, quindi spesso non rispettate o di controversa interpretazione. Non esistono di fatto esperti della materia, data la complessità, ma anche il gap costante tra norme e prassi. Consophia in 10 anni tuttavia un know how tecnico l’ha maturato e cercato di informare tutti.

Tuttavia la gestione giudiziale di questi temi, complessi, richiede competenze che ad oggi l’Avvocatura, le Procure e Tribunali non hanno. Neppure gli enti di formazione, privi di associazioni di riferimento attive. Soggetti che poi raramente si informano approfondendo le Fonti direttamente come si sforza da anni di fare Consophia (nel registro trasparenza del Ministero del Lavoro) e di provare a migliorare qualcosa.

Competenze che andrebbero costruite, con il supporto di nuove associazioni indipendenti (che Consophia continua a promuovere), ma anche istituendo Procure e Tribunale ad hoc per il Lavoro, Formazione, Welfare ecc. Che dialoghino direttamente con la Corte dei Conti, che andrebbe però dotata di poteri congrui, oltre che con il Ministero del Lavoro e Mise.

Coordinati, sarebbe innovativo, da una struttura centrale, alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, che detti annualmente le priorità, tenendo conto degli obiettivi strategici del Paese (ad esempio l’alta formazione per settori come quello delle energie rinnovabili, oggi non finanziata come quella digitale).

Il sistema regionale, poi, che comunque veicolerà le ulteriori risorse del PNRR, come già spiegato, non era e non è un’alternativa ai Fondi Paritetici, soprattutto per le PMI. Quindi anche in questo ambito andrebbero date direttive dal centro, chiare e uniformi per tutto il territorio, per evitare bandi che localmente mostrano criteri sempre più stringenti e impraticabili, scoraggiandone l’utilizzo.

Per fare esempi “concreti” ricordo alcuni dei paletti introdotti nell’ultimo decennio in molti bandi regionali, a scapito delle PMI e degli enti di formazione che le assistono.: richiesta di 10 partecipanti per corso (il 95% delle PMI ha meno di 5 addetti); bandi destinati a non oltre 3 allievi (gli enti di formazione sono mediamente in break even con almeno 4 o 5 partecipanti); rendicontazioni saldate dopo anni, con inammissibilità tecnica dei decreti ingiuntivi; progetti da attivare e completare in 60 giorni dopo la vittoria del bando (irrealistico per le imprese, cui occorrono almeno 6 mesi); progetti nominativi e dunque non riutilizzabili in caso di defezioni last minute (frequenti, dati i temi di attivazione di poche settimane); avalli sindacali richiesti su tutti i progetti, anche per poche migliaia di euro (come prima non avveniva); corsi finanziabili per argomenti tecnici estremamente circoscritti (con notevole difficoltà a reperire docenti esperti nel ramo); impossibilità per gli enti di stilare ex ante un business plan, dato che alcuni sistemi regionali forniscono parametri di rimborso per i discenti solo ex post; contratti di delega per gli enti sub appaltanti raramente concessi dai grandi enti ai piccoli (invisibili), che collaborano con forme contrattuali alternative e a volte non veritiere, come il tutoraggio, mentre in realtà non solo presentano aziende ma le gestiscono per i progetti e nella scelta dei docenti. Vassalli, valvassori e valvassini.

Come stupirsi dunque che le aziende (e molti enti), non vogliano più ricorrere al sistema della formazione finanziata regionale o a i Fondi? E che i docenti di qualità, con retribuzione quasi dimezzate rispetto al 2010, pagati spesso in ritardo, siano ormai introvabili? Come stupirsi che, data la completa assenza di tutele nel settore della formazione e arbitri celeri, nessuno si esponga (come la scrivente) denunciando questo stato di fatto, noto a tanti? I sindacati tacciono, ma ricordo come siano nel business formativo regionale e in quello dei Fondi e come non abbiano mai, finora, appoggiato la nascita di un contratto nazionale per gli enti, a dispetto della loro mission.

Nulla è stato finora riformato sotto questi profili, come annunciato dal Governo, che però pare avesse buone intenzioni a dicembre 2021. Eppure il GOL, legato al PNRR, destinerà e breve 4,4 miliardi al sistema delle Regioni. Riservati però prevalentemente ancora ai disoccupati, il grande business degli ultimi 12 anni, certo meno esigenti per la qualità della formazione rispetto ai dipendenti delle imprese.

In questo contesto, degenerato a favore di formazione di basso profilo per disoccupati ed extracomunitari, grazie alle recenti innovazioni ANPAL e MISE, i grandi gruppi hanno reagito creando negli ultimi anni Accademie formative, investendo anche risorse proprie. Questo per la necessità crescente di una formazione tecnica e manageriale davvero mirata, tailorizzata, per sviluppare competenze trasversali, difficilmente reperibili sul mercato, che le Università e le Business School non forniscono.

Nell’inserto allegato al quotidiano Il Sole 24 Ore del 14 aprile 2022, sono state recensite le principali Accademie o Scuole aziendali oggi operanti in Italia.

A parte rari casi, si rileva però come le Accademie restino appannaggio di grandi gruppi evoluti. Raramente costituiscono un vero e proprio ecosistema per il territorio, capace di coinvolgere fornitori, partner, altri soggetti “deboli”. Occorrerebbero nuovi strumenti di supporto aggregativo.

Implementando anche il ricorso a conti aggregati privatistici presso i Fondi, alternativi ai bandi, che alcuni enti, come Consophia, hanno creato anni fa anche con il supporto di Associazioni di imprese. Conti privatistici la cui diffusione langue dal 2018, nonostante circolari, come la ANPAL 1 2018, abbiano definitivamente chiarito come siano legittimi e aggiungo indispensabili per PMI, con maturati nei Fondi modesti (circa 50 euro annui a dipendente) altrimenti inutilizzabili.

Il modello delle Accademie ora prevalente è quello integrato (Camst, Angelini, Cementir, Pirelli ecc.), che alterna le classiche lezioni in presenza con webinar, oltre ad utilizzare un corpo docente misto, senior interni e insegnanti esterni, per formazione tecnica ma anche manageriale. Il ricorso alle Università e Business School è spesso previsto, ma per lo sviluppo delle competenze più specialistiche, con master in house.

Ci sono Accademie che riservano spazio particolare alla socializzazione organizzativa e le soft skill (Sodexo, Erbolario) e che adottano metodi (come l’MBTI di Dompè) mirati a sviluppare in primis consapevolezza dei propri punti di forza e debolezza, per attivare poi percorsi formativi mirati.

Numerose le “Scuole dei Mestieri”, soprattutto nel settore della ristorazione e alimentare (Esselunga, pioniera, ne dispone di una da 25 anni). Dove, anche con attività di mentoring, si effettua il travaso di conoscenze tra diverse generazioni (Brunelli).

Ferrero, invece, ha sviluppato da anni master specifici, supportata dalla Bocconi, per la formazione in International Management. Di recente ha anche rinforzato la struttura digitale e le attività delle 12 Accademy interne (ognuna per i diversi settori di attività del Gruppo), a supporto della transizione verso una economia circolare.
Barilla si distingue per una imponente biblioteca gastronomica e per una formazione sempre tailorizzata sul gruppo coinvolto, dunque non dispone di un catalogo per scelta.

Poste italiane ha costituito una complessa Corporate University articolata in 5 Academy: 3 su ambiti di business verticali e due focalizzate su competenze trasversali, oltre a disporre di una Open Learning Area (è possibile scegliere 200 corsi online).

Pochi sono gli esempi virtuosi ma complessi, come quello del Consorzio del Prosciutto di Parma, che cercano di andare incontro alle esigenze formative anche delle PMI della filiera territoriale. Il Consorzio ha realizzato una scuola interna “su misura”, una Corporate Academy. Ha quindi realizzato un interessante programma pubblico – privato, a beneficio del territorio, anche con la compartecipazione di Cariparma e Provincia.

Un esempio di “apertura”, ma con connotati diversi, è quello di Cassa Depositi e Prestiti, che ha creato una Accademia aperta non solo ai dipendenti, ma anche alle partecipate (Ansaldo, Fincantieri, Poste, Terna). Oltre un corporate MBA, che si tiene in formula week end e programmi speciali con la London Business School, Wharton School e Barkeley.

Ci sono poi casi particolari, e originali, come quello di Illuminia (distributore di gas ed elettricità) , che ha scelto di far guidare la scuola di formazione interna da un ex allenatore sportivo, Varesi, pioniere della declinazione aziendale del mental coach sportivo.

Gruppi come Angelini e Acea Mainetti, invece, hanno dato alla formazione una valenza particolarmente “strategica”, attraverso percorsi formativi allineati alle priorità e vision espresse nel piano strategico. Angelini attua infatti sinergie tra le divisioni HR della holding e le direzioni delle società operative vicine al business, collaborando anche con una Business School.

Illy Cafè ha una delle poche Accademie tarate anche su produttori e consumatori, con una formazione tecnica svolta anche da agronomi, professionisti e buyer. Con un occhio di riguardo sempre al tema della sostenibilità ambientale.

Edison riserva particolare attenzione invece ai neoassunti, con la Young Community, che precede un piano di formazione triennale, dedicato ai giovani neolaureati e articolato su diversi temi (dalla comunicazione all’innovazione).

Vodafone dispone di un centro di formazione di eccellenza, sulle professioni del futuro, per sviluppare internamente le competenze difficilmente reperibili sul mercato, realizzato con SDA Bocconi, Politecnico di Milano e Luiss. In particolare nell’ambito del marketing, con la Vodafone Marketing Academy.

Parimenti Wind collabora con diversi atenei, anche l’Università Federico di Napoli, per la realizzazione di iniziative di orientamento e formazione, oltre che di accompagnamento per i primi 18 mesi di lavoro dei nuovi assunti. Come Chiesi, che mostra particolare cura per i talenti, per lo sviluppo di soft skill e hard skill, anche con la collaborazione della Bocconi.

Dirti ha invece un articolato progetto per la formazione digitale con la Manpower Accademy.

Prysmian (energia), grande e innovativo gruppo, ha un piano di training per 55 Paesi, con una Accademia e Local School per una formazione glocal e in continua evoluzione. Per le competenze manageriali collabora con ben 10 Università (Bocconi compresa) mentre per le competenze tecniche è attivo un team di 70 docenti interni.
Alfasigma ha puntato invece su una profonda alfabetizzazione dei linguaggi e applicativi informatici, con una Accademia digitale trasversale, analogamente a Zambon.

Questi sono di certo esempi pregevoli esempi di formazione di qualità, ma riguardano grandi gruppi, evoluti, che rappresentano solo una piccola parte del mercato del lavoro. Mentre la realtà italiana, per oltre il 95% dei casi, è fatta di microimprese e PMI che non hanno le dimensioni per attivare proprie Accademie, ma spesso neppure un numero di addetti per attivare corsi in house (almeno 4 o 5).

Imprese che a volte non sono neppure consapevoli dei propri bisogni formativi e consulenziali, per limiti culturali e che avrebbero necessità di assessment propedeutici. Che andrebbero finanziati anche con voucher, nell’ottica di favorire, oltre che consapevolezza e innovazione, veicolate da enti e consulenti maieutici, anche aggregazioni, per economie di scala e sinergie sul territorio. Come avviene in molti Paesi evoluti, ad esempio la Francia.

In assenza di strumenti che supportino queste aggregazioni sinergiche, in assenza di soggetti professionalmente deputati all’analisi di questi bisogni, che possano gestirli senza vassallaggi soffocanti e disincentivanti, quindi con tutele istituzionali, normative e contrattuali adeguate, il declino del sistema formativo italiano è inevitabile continui.

La soluzione dunque quale potrebbe essere nel breve termine?

L’introduzione istituzionale di un arbitro celere per la formazione, ma anche tutta la bilateralità, che assicuri controlli, tutele contrattuali e concorrenziali immediate a tutti, oltre trasparenza nella gestione delle risorse. Urgono quindi decreti che diano alla Corte dei Conti poteri congrui, rispettando le direttive comunitarie in tema di concorrenza e appalti, come oggi non avviene, con rimandi alla magistratura, costosi e dai tempi anticoncorrenziali.
Fondamentale che sia recepita la direttiva 1937 2019 a favore di chi denuncia reati contro la PA (il termine è scaduto 6 mesi fa). Oggi Tribunali e Procure, come verificato da Consophia, non sono attrezzati. Occorrono risorse e decreti, per renderla concretamente rispettata, dopo il recepimento.

Importante che il sistema degli avalli sindacali per le Regioni sia rivisto (soprattutto per progetti di poche migliaia di euro, come era in passato). Soprattutto è fondamentale si introducano per i bandi parametri di progettazione ed erogazione, con modalità uniformi sul territorio, compatibili con le esigenze operative e le tempistiche di aziende ed enti di formazione.

Soprattutto occorre si smetta di finanziare la formazione per i disoccupati attingendo al bacino di risorse dei dipendenti, a vantaggio di pochi enti regionali accreditati anche per il Lavoro. Dunque urge il decreto annunciato per l’abolizione del prelievo forzoso introdotto nel 2014, ma con la designazione di un arbitro in caso di dialettiche per le paventate restituzioni del 2022 – 2023. I giudici non possono farsene carico.

Importante anche che il Fondo Nuove Competenze, come era nei disegni originari, sia “ampliato”. Ad esempio che possa finanziare anche i docenti e non solo il costo dei dipendenti in aula. Cessino proposte di devoluzione ai disoccupati anche al FNC, si attinga invece all’1,31% che la Legge 388 del 2000 destina alle Regioni per i suddetti. Si preveda anche per il FNC l’attivazione di conti privatistici aggregati (cui far affluire lo 0,30% trattenuto per la formazione per la Legge 388 del 2000), qualora i Fondi Interprofessionali continuassero a disincentivarne l’uso. Sarebbe una notevole innovazione, a vantaggio anche delle esistenti Accademie, che potrebbero aggregare PMI e gestire altre risorse in conti residenti presso il FNC, con la collaborazione di enti partner sul territorio.

Soprattutto è necessario sia finanzia la formazione innovativa, non solo quella digitale (ad esempio per le energie rinnovabili, finora “dimenticate”) e si creino strumenti di formazione e coaching agili, ad esempio finanziando voucher di modesta entità (1000 – 2000 euro), senza avalli particolari, anche per le microaziende.

Questo supportando economicamente anche il lavoro esplorativo e aggregativo degli enti di formazione sul territorio. Soggetti che svolgono un ruolo consulenziale tailorizzato, rispondente ai bisogni del mercato attuale, che necessita di formazione su misura e competenze pratiche, soprattutto per le PMI.

Lavoro intellettuale, da supportare e tutelare in primis per concorrenza e contratti congrui, come merita un Paese civile. Prima che la UE lo imponga, come inevitabile, con sanzioni.

Per conoscere i servizi e la formazione su misura di Consophia visita il sito e, in particolare, la Sezione Corsi oppure scrivi a: patrizia.delprete@consophia.it

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