Formazione e Welfare: una nuova Agorà con tutele per tanti contro gli interessi di pochi

Formazione e Welfare: una nuova Agorà con tutele per tanti contro gli interessi di pochi

In un suggestivo saggio di alcuni anni fa sulla massoneria internazionale, Gioele Magaldi, personaggio controverso ma interessante, asseriva che il grande scontro tra massoni “buoni” (democratici) e quelli “cattivi” (elitari) sarebbe attribuibile al welfare.

Da rafforzare per i primi, da smantellare per i secondi, dato che per asservire le masse nulla sarebbe più efficace che privarle di ogni sicurezza. Lo smantellamento del sistema formativo rientrerebbe in questo piano.

Il testo ricostruiva poi il percorso storico di questo processo, che, iniziato alla fine degli anni ’70 e primi anni ’80, avrebbe avuto il culmine con un neoliberalismo che ha portato alle grandi privatizzazioni degli anni ’90.

Però in alcuni Paesi, come Francia e Germania, l’onda non ha impedito, oltre 20 anni fa, di compensare la polarizzazione dei redditi con politiche redistributive che hanno consentito di investire decine di miliardi per assicurare servizi di sostegno e formazione. Una prospettiva postkeynesiana che ora, in epoca Covid, è dominante ovunque, con aiuti universali e celeri.

In Italia invece dal 2000, varo della Legge 388 e di altre riforme di decentramento regionale, le politiche formative e di supporto ai disoccupati restano sostanzialmente frammentate e prive di controlli. Affidate al silver welfare familiare. Prevalentemente per assenza di decreti attuativi che investano la Corte dei Conti di adeguati poteri e indirizzi centrali di coordinamento prevalenti su politiche regionali assai variegate.

Al di là delle teorie di Magaldi (inquietanti ma su cui occorre riflettere), certo è che negli anni ‘90 molti erano neoliberali, convinti che la soluzione alla presunta inefficienza e lottizzazione del sistema pubblico fossero le privatizzazioni. Che invece hanno portato in molti casi, ad un Far West che ha danneggiato molti a vantaggio di pochi e che oggi è assai difficile regolare, scalzando orticelli inossidabili.

Il fenomeno parrebbe mondiale, ma da noi ha assunto connotati più preoccupanti per un primo problema, culturale, che non spinge a rivendicare diritti con la adeguata forza, come necessario, con nuove forme aggregative “indipendenti”, che indirizzino l’attività politica in modo trasparente, con supporti tecnici autorevoli privi di conflitti di interesse.

Il secondo problema distintivo è il peso delle lobby, che andrebbero finalmente regolate. Potere aumentato, soprattutto dal 2014, anche come conseguenza dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (che sarebbe saggio reintrodurre con nuove forme ma ben vigilate).

Un terzo problema è la gestione della complessità, che non può essere delegata ai giuristi, cui dovrebbe essere assegnato il compito di costruire una efficiente sovrastruttura normativa, ma con cognizione dei concreti problemi sottostanti da regolare, che spesso manca per una carente interlocuzione esterna. Il mondo è sempre più complesso e occorre che il peso dei tecnici nell’indirizzare la normazione cresca. La ingegnerizzazione dei processi successivi alla normazione, come nel project management, per capire le ricadute pratiche delle norme, dovrebbe diventare la prassi, svincolata dall’ascolto tautologico delle burocrazie di palazzo.

Come potrebbe essere concretamente possibile far fronte a questi tre problemi preponderanti? Con un approccio governativo analitico, olistico e trasversale, da marketing sociale, partendo da un’analisi dei veri bisogni dei cittadini e dei loro problemi. Con l’ausilio di esperti non in conflitto di interesse che operino trasversalmente all’apparato burocratico, spesso suo malgrado incapace di capire le effettive conseguenze di norme e circolari e di afferrare le priorità.

Essenziali quindi gruppi misti di tecnici e giuristi, trasversali e non in conflitto di interesse, che attuino ascolto diretto e metodico attraverso canali innovativi e non burocraticamente strutturati, che permettano alle istituzioni di “comunicare internamente”, riportando velocemente ai vertici bisogni e soluzioni, favorendo l’uscita celere da situazioni di stallo.

Uno dei settori in cui il blocco è evidente è ora indubbiamente quello del welfare, formazione e lavoro. Per vincoli costituzionali e normativi a cui però deve essere trovata una soluzione. Lo esige la crisi economica in atto e la UE.

Ad oggi continua a non esserci un decreto di riordino, che attribuisca finalmente alla Corte dei Conti vigilanza diretta su risorse che il Ministero del Lavoro si limita da 20 anni a “vigilare” blandamente senza strumenti sanzionatori e ispettivi. Un eterno Gattopardo che però non è un cancro incurabile, tutto può migliorare e cambiare con impegno.

Controlli assenti, come già documentato nei precedenti post da maggio 2021, che l’ANPAL, commissariata da giugno 2021, comunque non esercitava, per assenza di strutture, risorse, poteri. Ad oggi è stata commissariata, di fatto smantellata e non si comprende da chi le sue risorse, riportate dentro il Ministero del Lavoro, siano ora controllate. Un mero ritorno al passato, senza controllori né arbitri, soprattutto la trasparenza che il denaro pubblico esige.

Il caso dei Fondi Interprofessionali, soggetti privati ma gestori di denaro pubblico INPS, è emblematico. Istituiti con la Legge 388 del 2000, non rendicontavano al Ministero e all’ANPAL il cash flow da e verso l’INPS e ad oggi, dopo il commissariamento dell’agenzia, non si comprende da chi siano vigilati concretamente. Restano ad oggi l’unica possibilità per finanziare la formazione per le PMI, dato che i bandi regionali sono sempre più esigui e dedicati ai disoccupati, mentre il Fondo Nuove Competenze dell’ANPAL finanzia misteriosamente solo i docenti interni, non esterni (come invece sarebbe utile e auspicabile per avere anche uno strumento alternativo ai Fondi).

Dopo anni di denunce e articoli per storture e arbitrarietà del sistema, occorrerebbe ancora, in caso di dialettiche, ricorrere ancora ad altre Autorità, con rinvii immancabili a PM e Giudici, con tempi e costi anticoncorrenziali e le immancabili ritorsioni per chi segnala? È palese poi il fatto che manchi un coordinamento tra Procure su temi attinenti alla PA, mentre la Corte dei Conti non ha l’obbligo di agire dietro esposto.

Si attendeva da mesi una seria riforma dei Fondi, delle politiche attive e un ammortizzatore universale capace di tutelare anche gli autonomi, come necessario poi con una pandemia ancora in corso, ma tutto tace. Il welfare da riformare non deve riguardare solo i dipendenti ma tutto il mercato del lavoro, anche i piccoli imprenditori e i professionisti.

In questo immobilismo, le Regioni, che non hanno investito il denaro dato neppure per riformare i centri dell’impiego, hanno così creato spazi ulteriori per servizi da delegare a privati e agenzie per il lavoro.

Lecito chiedersi se questo fosse l’intento di chi non abbia voluto investire, dato che le agenzie hanno accreditamenti regionali, appannaggio per pochi, dato che il riconoscimento è assai complesso e costoso da ottenere ma apre le porte e numerosi privilegi, anche esenzioni d’IVA.

In alcune Regioni per ottenere l’accreditamento al lavoro occorre avere almeno due sedi in differenti province, personale assunto stabilmente, dunque costi fissi che solo poche “grandi realtà” con ottime entrature regionali, certe di poter contare su flussi di denaro costante, possono reggere.

Il business dei disoccupati è diventato poi assai più lucroso della formazione degli occupati. Il settore è infatti destinatario di ingenti risorse pubbliche, da almeno un decennio sottratte con vari mezzi al bacino contiguo, quello degli occupati delle aziende e ai loro enti di formazione (migliaia, non tutelati istituzionalmente e oggetto da anni di una vera e propria mattanza). Denaro per i dipendenti che non dovrebbe essere destinato ad altri capitoli, come ammortizzatori sociali o la formazione dei disoccupati di terzi.

Invece dal 2014 si è assistito ad un costante travaso di denaro dal settore della formazione degli occupati a favore dei disoccupati, anche con prelievi illegittimi per la CIG sui Fondi Interprofessionali, che non normati a monte dal Ministero del Lavoro hanno generato arbitrarietà a valle, ossia sui conti delle imprese, non imputabili però all’INPS.

Pare ora il Governo, saggiamente, voglia eliminare il prelievo forzoso di 120 milioni (12-15%) sul drenato per i Fondi Interprofessionali (circa un miliardo) che è stato istituito con una Legge del 2014.

Ma ancor più saggio sarebbe necessario dare alla circolare ANPAL 1 2018, che riordinava il settore dei Fondi Interprofessionali mutuando Pareri Antitrust e ANAC, forza di Legge e concreta applicazione con un decreto. Rendendo obbligatori contratti per enti di formazione e per le aziende iscritte ai Fondi ed estratti conto annuali per i legali rappresentanti dati dall’INPS. Attribuendo finalmente all’Antitrust, ANAC e Corte dei Conti poteri di controllo concreti per conflitti di interesse, appalti, cash flow e trasparenza.

Per capire davvero cosa sia utile fare, sarebbe importante istituire forme di ascolto diretto del mercato, anche in anonimato, rivolte ad aziende di vari settori e dimensioni, ma anche enti di formazione, incentivando la nascita di associazioni che ne rappresentino gli interessi (ma senza conflitti di interesse, in primis sindacali o datoriali).

In questo Paese molti temono di parlare ed esprimersi per costi e ritorsioni. Le tutele e supporti che Leggi come la 179 del 2017 attribuiscono a chi denuncia reati contro la PA esistono solo sulla carta. Procure, Tribunali, la Corte dei Conti, non sono strutturati per darvi attuazione e dialogare su temi complessi. Neppure il Ministero di Giustizia, privo da 20 anni persino dell’URP. Occorrono risorse anche per allevare e retribuire avvocati specializzati alla tutela della Cosa Pubblica. Contro la Cosa Nuova, che imperversa silente.

Occorre quindi aiutare i cittadini a scendere in una nuova Agorà, ascoltati e protetti anche dalle ritorsioni, con tempi e costi congrui, senza essere fatti a pezzi con sistemi beceri, che andrebbero neutralizzati con poche misure e soprattutto collaborazione trasversale tra Procure Tribunali Corte dei Conti.

La magistratura dunque è tenuta ad un compito essenziale e complementare rispetto la politica, anche perché la direttiva UE 1937 2019 lo impone, entro il 17 dicembre 2021. Esiga strumenti e risorse e si doti di nuovi strumenti di ascolto e confronto, non mediati solo dall’avvocatura, soprattutto su temi complessi, che la stessa non è in grado di gestire sola. I sistemi si smantellano tutelando gli insider e dandogli adeguati supporti. Peccato che pochi magistrati (vedasi l’articolo di Corrado a pagina 36 su Il Corriere del 22 novembre 2021) abbiano il coraggio di ricordarlo al Governo, nel silenzio assordante delle associazioni deputate.

 

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Questo articolo ha 2 commenti

  1. Angelo

    Interessante è pieno di spunti di riflessione. Mi chiedo quanto la formazione in realtà, in ambito aziendale, non sia uno dei diversi modi di dare esecuzione al più sbandierato e tanto dimenticato articolo costituzionale: l’Italia è fondata……..ops non ricordo bene su cosa. Ma se fosse il lavoro allora la formazione dei lavoratori di ogni genere non è forse un modo per attivare il brocardo costituzionale dell’articolo 1 Cost. Continuando; non è forse attraverso la formazione che i cittadini possono partecipare alla vita dello Stato per mezzo di quel lavoro per il quale è stato formato? Eppoi (beh) non tocchiamo poi la partecipazione al fisco etc….. insomma tutto diviene circolare grazie la formazione. Orbene chiediamoci: e se i controlli beh….. latitano? Ecco cade tutto, il sistema implode, diviene autoreferenziale e la formazione……un altro modo per fare assistenzialismo di stato. Il rimedio, per ora sta nelle persone che lavorano per, con e nella formazione. Credono e amano ciò che fanno. Non dico che i finanziamenti, il vile denaro insomma, non gli appartenga ma, sanno che è mezzo per far riprendere il ciclo della formazione – lavoro – e felicità. Si felicità proprio quella. Certo perché una persona formata bene, che lavora e che, ripetiamolo, guadagna è comunque soddisfatta, o meno ostiledi chi,invece, si lamenta e che nulla muove e nulla vuole imparare e conoscere. Chiudo con un’ultima riflessione formare, non insegnare ma, al pari di esso è un dovere implicitamente costituzionalizzato per arrivare alla giusta occupazione dei lavoratori. Formati ovvio!

    1. Patrizia Del Prete

      Grazie per il suo commento. La formazione è un diritto in sistemi evoluti, che investono nelle persone consapevoli poi che oggi competono le masse, non le élite. Soprattutto che avere persone formate significa disporre di un patrimonio. Tuttavia pochi sono coloro che davvero in azienda “ci credono” e capiscono come faccia parte della felicità e soddisfazione dei collaboratori. Purtroppo l’offerta formativa di qualità non abbonda, soprattutto difficilmente è davvero tailor made come dovrebbe essere, tenuto conto delle reali esigenze professionali. Ma investigarle con assessment richiede tempo, soprattutto una professionalità trasversale. Ci sono aziende a cui si offre il servizio di analisi gratuitamente eppure si orientano solo su cataloghi standardizzati. Offrire servizi su misura e realmente necessari è vincente, ma richiede interlocutori evoluti e un investimento (di tempo e professionalità) notevole.

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